Alessandro Haber sull’isola che scompare dell’Alzheimer

ALBA Il padre di Florian Zeller, con Alessandro Haber e Lucrezia Lante Della Rovere, è lo spettacolo di mercoledì 14 marzo alle 21 al teatro Giorgio Busca. La sceneggiatura esplora un universo delicato: una malattia cronica che domina la scena epidemiologica mondiale e costringe milioni di famiglie alla sofferenza, impotenza e confusione. Perciò il ruolo dell’attore principale è stato affidato a un veterano come Haber: nato nel 1947, ha lavorato nel mondo del cinema e del teatro e con personaggi come Pupi Avati, Mario Monicelli, Marco Bellocchio, Paolo Villaggio.

Chi è Il padre, Haber?
«Andrea è un uomo molto attivo nonostante la sua età, ma mostra i primi segni di una malattia che potrebbe far pensare al morbo di Alzheimer. Anna, la figlia, si trova costretta a dover prendere decisioni al suo posto e contro la sua volontà. All’inizio nessuno voleva questo spettacolo. Si è infine rivelato un successo straordinario, abbiamo in programma oltre cento date in un solo anno».

La malattia di Alzheimer è molto destrutturante non solo per l’individuo, ma anche per la famiglia che vede l’identità del malato “sbriciolarsi”. Perché le persone sembrano essersi affezionate allo spettacolo?
«Le reazioni sono stupite, sorprese, imbarazzate. In maniera drammatica e comica, con ironia e con dolore, l’opera mette in luce un dramma che contiene anche saltuari momenti di ilarità e riso. Pure nella tragedia esistono isole di felicità. L’intuizione geniale del regista Piero Maccarinelli è stata quella di mettere il pubblico “nella testa” di Andrea, il padre malato. In questo modo la platea percepisce gli stessi smarrimenti, paure e ansie dell’uomo. All’inizio lo spettatore resta perplesso, poi trova empatia e partecipazione nella vicenda».

Ha mai “incontrato” da vicino nella sua vita questa malattia?
«No, ricordo soltanto una volta che vidi la madre di un amico a cui era stata diagnosticata. Ancora ho impressi i suoi occhi vuoti, una sorta di nebbia, uno smarrirsi, ma con tenerezza e ansia particolari. Era come una bambina».

Tornando a lei, dal punto di vista teatrale è stato difficile calarsi nei panni di una condizione che per definizione è caratterizzata da un’identità sfuggevole?
«Medici, badanti e persone che in casa hanno conosciuto il vissuto di un malato di Alzheimer e hanno visto lo spettacolo mi hanno assicurato che sono riuscito ad aderire in maniera efficace al personaggio: per raggiungere questo obiettivo mi sono aiutato con un’immagine. Quella di un’isola che appare e scompare, ma con il tempo appare sempre meno e scompare sempre di più. Penso che l’esperienza di un malato in questa condizione neuro-degenerativa possa essere simile».

È vero che coloro che assistono allo spettacolo potranno anche aiutare i pazienti in modo concreto?
«Esatto. Durante le esibizioni raccogliamo denaro per l’Aima, che si occupa di cura, ricerca e prevenzione sull’Alzheimer. Abbiamo raccolto molti soldi, il pubblico si è dimostrato sensibile».

Matteo Viberti