È dalla croce di Cristo che nasce una fede adulta

UN PENSIERO PER DOMENICA 25 MARZO – LE PALME

Nessuna riflessione può raggiungere l’intensità emotiva del racconto della passione di Gesù: mai come in questo caso i fatti dicono più delle parole. Davanti alla morte si deve fare silenzio: per piangere, per riflettere, per pregare. Per questo, prima di dare spazio alle infinite domande che nascono dentro di noi, bisogna fermarsi a contemplare i fatti.

Il racconto della passione di Marco (14,1-15,47) è con tutta probabilità il più antico, il più fedele ai fatti. È lungo, rispetto al resto del Vangelo, chiara espressione dello choc della piccola comunità dei discepoli di Gesù di fronte a un evento così inatteso e drammatico. Se vale il detto secondo cui la morte arriva sempre troppo presto, figuriamoci quando coglie un uomo poco più che trentenne, nella pienezza della vita.

Marco scrive però all’interno di una comunità che ha già superato lo choc iniziale grazie alla fede nella risurrezione: egli racconta la passione e la morte di uno che è risorto. Vede la morte di uno che è risorto. Per questo vede la morte di Gesù non solo come un atto umanamente eroico, ma come un atto di amore salvifico. Egli guarda alla morte come un salvato da essa.

Il dramma della passione-morte è però presente in tutte le sue sfaccettature: l’incomprensione, anche da parte di alcuni discepoli, fino al tradimento di Giuda, la paura vigliacca che induce alla fuga e al rinnegamento di Pietro, il dolore fisico con i supplizi inflitti a Gesù: flagellazione, coronazione di spine, irrisione e oltraggio, ascesa al Calvario ormai allo stremo delle forze tanto da dover ricorrere all’aiuto del Cireneo, crocifissione e agonia. La sottolineatura della solitudine è rivelativa dei sensi di colpa che ancora persistevano all’interno della comunità cristiana.

Il paradosso della fede – espresso da Pascal in uno dei suoi Pensieri: “A farci credere è la croce” – ci viene mostrato dal ladrone e dal centurione. Il primo, come sottolinea Simone Weil, compie un miracolo non tanto perché morendo pensa a Dio, ma perché riconosce Dio nell’uomo straziato accanto a lui.

Il centurione, pur avvezzo a simili scenari, rimane colpito da come Gesù affronta la morte e intuisce che in lui c’è qualcosa che va oltre. Per questo ha senso che anche noi ci fermiamo davanti al mistero della croce, leggendo o ascoltando il racconto della passione, per far sì che rinasca in noi una fede adulta.

Lidia e Battista Galvagno