A Verona la solita fiera ma è necessario esserci

VINITALY Sui tavoli del Padiglione 10, quello piemontese, i quotidiani sono appoggiati con apparenza innocua. Eppure, parafrasando, i titoli suonano minacciosi: “Trump attacca la Siria”, “La menzogna delle armi chimiche e il pretesto di una nuova guerra”. È domenica 15 aprile e a Verona s’inaugura Vinitaly.
I produttori di Langhe e Roero hanno affrontato code lunghe ed estenuanti. Posizionano bottiglie e materiale promozionale, si preparano al contatto con sconosciuti, clienti, importatori. A differenza delle edizioni passate scambiano commenti inusuali. «Abbiamo la percezione di vivere in un mondo sempre meno solido», dice uno. «Questo conflitto sembra lontano, ma ci tocca da vicino sia nel morale che nel modo in cui percepiamo gli sviluppi commerciali. I dazi, le tasse, l’impotenza, la vulnerabilità generale».

Intanto, Matteo Salvini e Luigi Di Maio visitano alcuni padiglioni regionali e duellano a colpi di reciproche aggressioni. Un barolista sospira: «Questo è il Vinitaly della politica, di come le decisioni dall’alto possano condizionare il destino di tutti. Finché i nostri leader fanno confusione tra economia e politica, praticando la seconda in nome della prima, mobiliteranno incertezza. Il commercio ne risente».
Perciò la fiera veronese, che, grazie alle luci abbaglianti, ai pannelli bianchi e al medesimo prodotto ripetuto in serie dovrebbe semplificare la realtà, diventa la fiera della confusione, della precarietà globale, del “traballante”.

Emerge pure qualche appunto critico alla stessa organizzazione: «Qualcuno ha commesso un errore, non inserendo la coordinata “D3” nei cartelloni che pendono dal soffitto. Risultato: seguendo la mappa è impossibile trovare alcuni produttori di Langa e Roero», dice l’export manager di una cantina di Castiglione Falletto.

Infine interpelliamo un giovane produttore del Roero, che partecipa a Vinitaly per la decima volta: «Penso che la rassegna non cambi mai e che si ripetano le stesse dinamiche. È bello esserci, è necessario presenziare perché si incontrano molte persone e amici. Il nome della tua cantina viene pronunciato e ripetuto e questo è fondamentale. Ma è un gioco per difetto, per negazione. Il pensiero che si accende è “non posso non esserci”, invece di “devo esserci assolutamente”». «Come sempre la fiera rappresenta un modo per ritrovarsi con vecchi clienti e amici, ma le probabilità di stabilire nuovi rapporti commerciali sono esigue», aggiunge il produttore roerino, che conclude: «D’altro canto, non ci possiamo lamentare. Le cose vanno bene, il vino non sembra vulnerabile alle difficoltà nonostante l’estrema competizione. Questo è per noi una specie di momento sacro, venire a Verona e ogni anno ripetere gli stessi gesti: il parcheggio nel multipiano Re Teodorico, il Padiglione 10, i bicchieri da consegnare ai ragazzi che si occupano del lavaggio, le risate e le mille strette di mano».

Tralasciando i segni di apprensione, i numeri sono da capogiro. Oltre 4.300 produttori in tutta la fiera, 600 solo dal Piemonte. L’affluenza sembra incrementare rispetto agli scorsi anni, perlomeno durante la prima giornata. Come ha spiegato l’assessore regionale all’agricoltura Giorgio Ferrero: «Siamo tutti insieme, non solo perché è un dovere, ma anche perché è una grande opportunità, soprattutto in un momento in cui le cose nel mondo del vino vanno bene».

In effetti, commercialmente si respira un clima di innovazione. I Barolo 2014 appena imbottigliati si affacciano sui banchetti oppure dalle vetrine degli stand a due piani. Storie eroiche riecheggiano tra i corridoi, come quella del produttore Hammond Combe della Valle Germanasca, che produce vino di montagna su terreni a pendenza anche del 90% animato dal semplice amore per la sua terra.
Interpellando agricoltori e imprenditori non si respira inquietudine. I fatturati crescono, gli export manager ammiccano a mercati asiatici, sudamericani e africani, storicamente trascurati e oggi diventati possibili.

L’opulenza del mondo vinicolo funziona da contrappeso alla precarietà internazionale, in un gioco di equilibri opposti che lascia spazio a pensieri sull’inenarrabile distanza tra il basso e l’alto, tra il vicino e il lontano, tra il quotidiano e il politico. Ci sono infine le novità. «Con il nostro account Instagram abbiamo duemila “seguaci. Tramite i canali social organizziamo visite, degustazioni, finalizziamo vendite. È il futuro», afferma un produttore di Monforte.

Mentre un sommelier che vive ad Alba commenta: «Vedete tutte queste persone che girano tra gli stand? Stanno condividendo su Facebook o altri canali la propria esperienza, che si moltiplica all’infinito. Hanno pagato 80 euro soltanto per godere di quello che il vino può restituire se consumato in modo equilibrato: un pretesto di vicinanza per esseri umani altrimenti lontani».

Valerio Giuliano