Siamo rimasti senza pastori e senza pecore?

UN PENSIERO PER DOMENICA – 22 APRILE – QUARTA DI PASQUA

Nelle domeniche di Pasqua anche noi, come i discepoli della prima ora, siamo chiamati a chiederci, dopo la risurrezione, chi è Gesù. Anche noi, nella luce della Pasqua, possiamo capire cose che prima erano oscure. Il Vangelo di Giovanni ci è di aiuto, perché l’autore ha percorso questo itinerario di fede e ha cercato di dire chi era Gesù per lui. In questa quarta domenica meditiamo il Vangelo del buon pastore (Gv 10,11-18). Ambientato nella cornice solenne del tempio di Gerusalemme, il discorso di Gesù è l’intreccio di due similitudini, quella del pastore e quella della porta delle pecore.

Il buon pastore, nel particolare di un mosaico del quinto secolo (Ravenna, museo di Gallia Placidia).

La figura del pastore buono emerge dalla contrapposizione con quella del mercenario. Il primo è pronto a morire per proteggere il gregge, perché legato alle sue pecore da un rapporto d’amore. È una chiara allusione alla morte di Gesù, un evento che alla luce della risurrezione è apparso come un atto di donazione e d’amore.
Il mercenario, al contrario, ama solo sé stesso: le persone che deve guidare sono solo un possesso da sfruttare, un trampolino di lancio da usare a proprio vantaggio. Tra pastore e gregge c’è un rapporto di “conoscenza”: nel linguaggio biblico, una relazione d’amore. Questo legame, che si era fatto più stretto nell’ultima fase della vita pubblica di Gesù, aveva rischiato di spezzarsi con l’arresto e la morte, ma si è rinsaldato e addirittura rafforzato dopo la risurrezione.

Gesù non vuole un ovile chiuso, ma aperto. Per questo si identifica con la porta. Come ben sappiamo una porta serve sia per impedire l’accesso sia per uscire. Gesù vuole che la sua comunità sia come un ovile aperto a tutto il bene che c’è nel mondo. Da questa porta devono passare i credenti per annunciare una salvezza che scavalca le frontiere tra ebrei e pagani e che cerca di raggiungere tutti gli uomini.
Come ci ricorda con insistenza papa Francesco, noi in quanto credenti siamo chiamati a essere fedeli al mondo, a essere solleciti per la salvezza anche delle «pecore che non sono di questo ovile».

Viviamo una giornata delle vocazioni nel segno dell’emergenza, in un momento storico in cui non scarseggiano solo i pastori, ma anche le “pecore”. Secondo le acute analisi di Armando Matteo, mancano all’appello non solo i giovani, ma anche gli uomini e le donne di mezza età: praticamente due generazioni in larga maggioranza “incredule”. Urgono “pastori-animatori” che operino non solo nelle parrocchie, ma anche nelle case, nei luoghi di lavoro e di incontro delle persone. Senza questo la trasmissione della fede è illusoria: come se un bambino imparasse a parlare solo a scuola!

Lidia e Battista Galvagno