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Fulvio Scaglione, capire la guerra nell’infelice Siria

L’INTERVISTA Nell’ambito del mese di eventi che il centro culturale San Paolo dedica alla comunicazione, si collocano due incontri con Fulvio Scaglione – albese, già vicedirettore di Famiglia cristiana – in programma per il 24 e il 28 maggio, alle 20.45 in sala Alberione (piazza San Paolo 14). A partire dal titolo “A chi conviene la guerra in Siria e in Medio Oriente?”, Scaglione analizzerà gli aspetti di un conflitto interminabile e non facile da comprendere, soprattutto per via delle false notizie veicolate dalle potenze in gioco.

Scaglione, da dove bisogna partire per comprendere la guerra in Siria?
«È uno scenario nel quale è difficile addentrarsi, ma dietro al quale c’è un disegno preciso. In primo luogo, bisogna ampliare lo sguardo alle guerre in corso in altri Paesi, come in Ucraina e nella penisola coreana: per usare le parole di papa Francesco, è come se fosse in atto “un terzo conflitto mondiale a pezzetti”. Tutto ruota attorno alle due grandi potenze in gioco, gli Stati Uniti e la Russia, e ai loro rispettivi alleati e simpatizzanti: con gli americani, Israele, Francia e Gran Bretagna per esempio; con i russi, Stati come l’Iran e la Cina. Oltre al fatto che il Medio Oriente è un’area molto complessa da decifrare, a complicare ancora di più la situazione c’è l’informazione unilaterale diffusa dai media, basata sulla visione di un’unica parte, che nel nostro caso è quella statunitense».

Lei è stato in Siria e ne ha vissuto il clima: com’è la visione della popolazione?
«Prima di tutto, si tratta di un popolo stremato, che non fa altro che sperare nella fine del conflitto, in qualsiasi modo. La distruzione è evidente soprattutto in città come Aleppo, che prima erano centri vitali e oggi necessitano di una ricostruzione totale. I siriani si sentono come le vittime sacrificali di un quadro più ampio e come una terra diventata sinonimo di combattimenti e morte. Riguardo al loro punto di vista, in generale l’Occidente non è ben visto, mentre è buona la considerazione nei confronti di Putin, alla luce del suo sostegno ad Assad, contro quelli che l’opinione pubblica locale considera ribelli. È importante precisare che sono tantissimi i siriani che non amano il loro dittatore, ma in questi anni hanno avuto come unica alternativa il terrorismo, basti pensare all’Isis».

Secondo lei, come si arriverà alla fine del conflitto?
«È difficile intravedere una via d’uscita, anche perché la Siria è diventata nel frattempo il campo di battaglia di altre guerre, come quella tra Iran e Israele, un altro tassello dello stesso quadro. L’unica soluzione praticabile è un patto internazionale tra le due grandi potenze coinvolte, a cui dovranno aderire i rispettivi alleati. Di certo ciascuno dovrà scendere a compromessi e accettare delle rinunce, che per la Russia potrebbe significare sacrificare lo stesso Assad».

Francesca Pinaffo