Le etichette del vino? Una forma di cultura

BAROLO Sedie occupate, tavoli pieni di materiale, il rumore dei raccoglitori che si aprono, le trattative, gli scambi e le strette di mano: al castello Falletti da venerdì a domenica si è svolto un evento curioso, il raduno nazionale dei collezionisti di etichette del vino. Un momento di condivisione e di approfondimento che ha impegnato una ventina di appassionati, provenienti da tutta Italia e dall’estero (due dal Belgio).  C’era chi ricercava etichette artistiche, chi aveva bisogno di disegni con le automobili, chi era a caccia di castelli o di figure femminili. Chi invece aveva un debole per le etichette da liquore o da rum. Tutti alla fine sono rimasti soddisfatti e hanno potuto ridurre i “doppioni”.

«Vogliamo valorizzare quella che riteniamo una forma di cultura e cercare di trasmetterla ai più giovani anche attraverso degli eventi. L’età media dei nostri soci, che sono un centinaio, supera infatti i 70 anni», spiega Franco Mantello, presidente dell’Aicev (Associazione italiana collezionisti etichette del vino).

La ricerca non è sempre sinonimo di comodità. «Oramai diventa impossibile, a causa dei tipi di colle utilizzate, staccare le etichette dalle bottiglie senza rovinarle, allora proviamo a chiedere un aiuto alle aziende vinicole, ma pochissime ci rispondono. Alla fine spesso cerchiamo nei mercatini», ha detto un collezionista di Belluno. «Io ho iniziato, collezionando quelle dell’acqua, poi mi sono perfezionato con quelle del vino e ne ho recuperate anche da produttori stranieri», ha aggiunto un pensionato, che vive a Firenze.

Come ci hanno spiegato i collezionisti, non sono mancati nel corso degli anni passati anche dei casi di etichette false. Uno degli episodi più eclatanti riguardava un esemplare che raffigurava Fausto Coppi, sconosciuto alla stessa cantina da cui sarebbe dovuto provenire il vino.

Daniele Vaira