Cannabis “light” al bar una rivoluzione silente

IL REPORTAGE Pare uno stravolgimento mimetizzato da normalità, un punto interrogativo per i proibizionisti. Per gli scettici è un promontorio inesplorato. Anche ad Alba ci sono negozi che vendono quanto fino a pochi mesi fa si trovava solo nell’illegalità: la cannabis nella sua versione light, ovvero priva di Thc, principio attivo che rende la pianta psicotropa e quindi annoverabile tra le droghe.

Quella “leggera”, esposta nei locali che abbiamo visitato, sarebbe un surrogato della cannabis, una replica alla quale è stato sottratto gran parte del potere alterante. La legge che ne tratta è stata approvata da circa un anno e ha conosciuto immane successo, condito da non poche polemiche.

C’è un bar in corso Langhe che propone il prodotto, esibendolo nella vetrinetta, accanto ai croissant. Come a ostentarne l’assoluta normalità, si affianca un cibo a un prodotto fino a poco tempo fa considerato droga. E c’è, poi, un negozio di corso Bra, aperto da anni e specializzato in strumentazione per la coltivazione della cannabis.

Sulle bustine che al bar contengono cannabis l’indicazione, però, è: “Non aprire la confezione-Prodotto da collezione”. Ma si tratta di una prescrizione fatta di inchiostro, senza autorità né pretesa di essere ascoltata. È l’escamotage con cui la proibizione della legge è stata aggirata.

SI DICE CANAPA SI PENSA MARIJUANA

Spiega un cliente appena fuori dal locale albese: «Gli effetti non sono quelli della cannabis che acquistavo sul mercato nero: meno potenti, solo rilassanti, non alterano la coscienza in alcun modo. La sostanza è leggera, ma valida come sostitutivo per il gusto e l’influenza blanda. Acquistandola, posso fumare senza paura di venire arrestato e senza il senso di colpa legato alla consapevolezza di finanziare mercati criminali che – lo sappiamo tutti – detengono il potere nei commerci delle droghe pesanti e leggere».

Su mensole e scaffali attendono il cliente oli a base di cannabis, crostate, biscotti, bevande. C’è il Cbd, ma non il Thc (si veda il box nella pagina accanto, per le sigle). Un trentenne, che un giorno vorrebbe tramutare il legame affettivo con la pianta in un business, racconta: «In futuro vorrei aprire un negozio di strumentazione per la cannabis leggera. Ma ai venditori interessa poco questa storia dell’erba light da fumare per due motivi: primo, da un momento all’altro la legge potrebbe cambiare, disegnando scenari difficili dal punto di vista economico per chi investe. Secondo, esiste una cultura dietro la marijuana, quella vera, contenente Thc: i suoi effetti, per molte persone non sono di esclusivo carattere ricreativo o evasivo, ma spirituale, di ricerca di sé, radicati in culture e religioni specifiche. Sono cioè un vettore di significato sociale».

Dalla parte opposta della montagna troviamo chi è spaventato dall’ingresso della sostanza nella quotidianità: «Fumavo da adolescente, mi prendevano panico e ansia. Per un attimo avevo temuto l’etichetta psichiatrica. Oggi non fumo più e non fumerei nemmeno quella pseudolegale. Mi spaventa, perché nella cannabis sono presenti molti principi attivi e non so se è davvero solo il Thc ad avere effetto psicotropo. Penso che i negozi abbiano trovato il modo di aggirare la legge, ma non conosciamo gli effetti di quanto vediamo».

I clienti, peraltro, per il periodo di osservazione che ci concediamo, sono tanti. Entrano, comprano, dialogano con il proprietario, escono. Sono uomini e donne, adolescenti oppure adulti. Non più di 45 anni però. Non c’è vissuto di vergogna, né gesti di circospezione. Si compra la cannabis come il pane. La paura diventa facoltativa, quello che prima era uno strisciare ai margini del visto e del noto ora è nelle vetrine.

Sara Elide

Ecco l’“oro verde” dei campi italiani

LA STORIA Il suo utilizzo affonda le radici nella storia, basti pensare che i Fenici ne ricavavano i tessuti per le vele delle imbarcazioni. Ricca di proteine, di antiossidanti e di altri principi naturali preziosi per l’organismo, ma anche ideale come tessuto, come sostituto della plastica, come combustibile e persino come isolante termo-acustico, la canapa è una pianta dalle mille potenzialità. E anche se  è difficile da immaginare, fino agli anni ’40 l’Italia era leader mondiale nella sua produzione, con più di 100mila ettari coltivati.

Ma da metà del secolo scorso, iniziò il declino, per due principali cause: da un lato, il grande lavoro richiesto e poi l’avvento delle molto più economiche fibre e tessuti sintetici, come il nylon, spinsero gli agricoltori a dedicarsi ad altre colture; dall’altro, gli interventi normativi contro la droga crearono una grande confusione attorno al nostro “oro verde”. Sì, perché infatti la canapa industriale, appartenente alla specie canapa Sativa, contiene una percentuale, pur bassissima, di Thc (delta-9-tetraidrocannabinolo), il principio attivo che provoca effetti stupefacenti. È questo il motivo che la rende del tutto legale, a differenza della sorella canapa Indica, che non può essere coltivata, dal momento che presenta molto elevati livelli del mitico Thc.

f.p.