Con Paolo Tibaldi scopriamo le origini del termine piemontese Caussàgna

Caussàgna: Capezzagna. Rialzo o solco perpendicolare in capo al terreno; margine, corsia di passaggio tra filari

Un monito di cui si fanno vanto alcuni agricoltori temprati al lavoro è questo: ȓa tèra a ȓ‘è bàssa! (La terra è bassa!), rimarcando quanto sudore costi chinarsi per lavorare nei campi. La parola di questa settimana fa parte di quello che possiamo soprannominare “gergo catastale agricolo”. Per qualcuno, caussàgna, può sembrare una parola di nicchia, ma chi invece si intende o lavora sulle colline attorno ad Alba ha ben presente e la menziona con regolarità.

Il termine tecnico caussàgna indica il cosiddetto “solco di fondo”, in capo al campo, perpendicolare agli altri solchi; un po’ solco e un po’ passaggio. Certo, per quanto sia corretta la traduzione italiana capezzagna, converrete che quest’ultima non sia affatto immediata e popolare come la versione piemontese.

Andiamo a fondo e capiamo di che cosa si tratta: cercando di essere esaustivi e non lasciare nulla di tecnico all’immaginazione, si può ancora sostenere che la caussàgna sia un vero e proprio passaggio mediante il quale sono determinati i confini, le estremità, i settori con cui sono suddivise le vigne e i relativi filari.

Questo risulta luogo di appuntamento per incontrarsi, trovarsi, indicare strade, discutere; talvolta per mangiare nella pausa del lavoro quotidiano. Quante le decisioni prese in quella zona di terra! Un punto incredibilmente nevralgico della vita contadina.

Per rendere giustizia alla parola e alle sue varianti, va puntualizzato che in Alta Langa, nella zona della Val Bormida e dintorni, la sua pronuncia subisce una lieve variazione: in particolare la doppia “s”, diventa una “z”: cauzàgna. Nella bassa Valle Belbo è invece cabiàgna.

Per gli amanti dell’etimo, la parola piemontese di oggi trae probabilissime origine dal latino medievale CAPITIANEAM, che riguarda il capo – inteso, in questo caso, come estremità del terreno agricolo.

Paolo Tibaldi