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Contro i sostenitori del Far west sia benedetta la democrazia

Ha ragione, senz’altro, Fiorella Mannoia. Nella canzone Che sia benedetta parlava della vita. Di ogni vita. “Per quanto assurda e complessa ci sembri… dovremmo imparare a tenercela stretta”. Lo stesso vale per la democrazia. Winston Churchill diceva: “E’ la peggiore forma di governo, eccezione fatta per tutte quelle altre che si sono sperimentate finora”. E, allora, “che sia benedetta” la democrazia! Questa nostra democrazia. Teniamocela ben stretta. Sarà pure imperfetta. Incompiuta. Con mille contraddizioni. Ma non è da affossare. Di meglio, non s’è ancora inventato nulla.

Di certo non rassicura l’autoritarismo di Stato. Con la voglia di “uomo forte”. E insofferente del pluralismo e della pluralità di scelte. Tendenza, questa, in rapida crescita. E non solo in Italia. Che si esprime nel tacitare il dissenso. Nel minacciare chi contesta il potere. Nell’escludere chi non si allinea col nuovo che avanza. O, ancor peggio, nel perseguire le minoranze e il “diverso”. Immigrati e rom in particolare. Così, non c’è disgusto se qualcuno spara a una bimba rom, di soli pochi mesi, in braccio alla madre. La piccola, in terapia intensiva, rischia la paralisi.

Non un caso isolato. E’ il sesto nell’arco di un mese. Contro rom, persone di colore o stranieri. Bersagli di chi colpisce inneggiando a “Salvini”. Presi di mira da chi li considera “parassiti della società”. Come va dicendo il ministro dell’Interno. Solo il presidente Mattarella ha avuto parole di condanna.  “L’Italia non può somigliare a un far west”, ha detto, “dove un tale compra un fucile e spara dal balcone ferendo una bambina di un anno, rovinandone la salute e il futuro. Questa è barbarie e deve suscitare indignazione”.

Sotto tiro anche la stampa e i giornalisti. Per lo meno quelli liberi. Quelli con la schiena dritta. Intimiditi di continuo. Insultati e additati al pubblico ludibrio. “Vi mangerei per il solo gusto di vomitarvi”, disse il fondatore del Movimento 5 stelle. Definendoli, di volta in volta, “carogne”, “schiavi”, “pagliacci”, “pennivendoli” “inchiostratori”. Solo per citare gli insulti più ricorrenti. Ma anche walking dead, “morti che camminano”. Parole deliranti. Di avversione e di odio. In una rubrica del suo blog, Il giornalista del giorno, invitava i militanti a segnalare gli articoli che criticavano il Movimento. Una caccia all’uomo. Quotidiana. Con schedatura e foto segnaletica. A beneficio della lapidazione digitale. Accanimento indegno contro chi, sempre più spesso, subisce aggressioni fisiche. E rischia la vita. Troppi, ormai, i casi di giornalisti sotto scorta. Minacciati di morte dalla malavita organizzata. O dai clan mafiosi. Altri, purtroppo, la vita l’hanno già lasciata sul campo. Per le loro coraggiose inchieste di denuncia.

Una stampa libera è il sale della democrazia. Indispensabile alla sua difesa. E sopravvivenza. Un bene prezioso da salvaguardare. Non da avversare. Anche quando dà “fastidio” ai potenti. O a chi sogna di trasformare i cittadini in sudditi. “La libertà di informazione e i diritti che vi sono collegati”, ha detto Mattarella alla cerimonia del Ventaglio, “alimentano il circuito democratico. Attraverso l’informazione i cittadini acquisiscono elementi di conoscenza per elaborare opinioni, che devono essere libere e consapevoli”. Una responsabilità che il presidente estende anche alla politica. Per  non alimentare  “i toni da rissa che rischiano di seminare nella società i bacilli della divisione”. E per fermare il virus dei pregiudizi. E dell’odio.

C’è, in queste settimane, una corsa sfrenata che preoccupa il Paese. Quella di chi si sta impossessando dello Stato. Nel nome del popolo. E del consenso ottenuto. Lottizzazione selvaggia. Incurante del patrimonio dell’Italia. Fatto di  cultura, valori, storia. professionalità. Una logica spartitoria e clientelare da appetito robusto. Con eccesso di bulimia. Il cosiddetto “governo del cambiamento” non ha nulla da invidiare alla Prima Repubblica. E ai riti del manuale Cencelli. “C’è una disperazione famelica in questa rincorsa alle nomine pubbliche e alle poltrone”, ha scritto Claudio Tito su la Repubblica (26 luglio 2018). “Una voglia forsennata di potere che si confonde con una sorta di vendetta sociale”.

Si rinnegano, così, i “buoni propositi” della campagna elettorale. Forse, solo degli slogan. Ammantati di “trasparenza”, “meritocrazia”, “diversità”. Un pallido ricordo. Se ne sono perse le tracce. Sebbene siano trascorsi appena due mesi dall’accesso alle leve di comando. L’imperativo è  occupare. Collocare i fedelissimi. Dappertutto. In una spartizione esclusiva tra grillini e leghisti. Con un presidente del Consiglio evanescente. Muto spettatore. La fedeltà prevale sulle competenze. Operazioni gestite con spregiudicatezza e arroganza. Un blitz via Facebook ha azzerato il vertice delle Ferrovie di Stato. Di colpo. Sorte simile toccherà alla Rai. Dalle direzioni di rete a quelle dei Tg. Un indegno “mercato delle vacche”. Con veti e guerra di dossier. Della peggiore partitocrazia. Niente di nuovo sotto il sole. Se non fosse per quella tanto sbandierata “diversità”. E voglia di moralizzazione. Degli altri, però.

L’inquietudine  tocca l’apice con il “guru” dei grillini, il giovane Casaleggio. E la sua profezia. In un futuro ormai prossimo, sparirà la democrazia parlamentare. A vantaggio della democrazia diretta. Grazie alla Rete. “Esistono strumenti di partecipazione”, ha detto, “decisamente più democratici in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile”. Come a dire che il Parlamento non serve.  E’ inutile. Sulla scia del leader 5 stelle. Che proponeva di scegliere i parlamentari a sorteggio. Per una politica alla portata di tutti. Senza requisiti e qualità. Il massimo del qualunquismo. E della mediocrità. Da aprire le porte  al “Grande fratello” della politica. La democrazia digitale fondata sui clic. O, peggio, la dittatura delle Rete e dell’algoritmo.

Don Antonio Sciortino

Il terreno, purtroppo, era stato spianato da anni. Dalla delegittimazione del Parlamento. Dai colpi inferti al cuore della democrazia. Da chi è sceso in politica per “sistemarsi”. Non certo per sollevare le sorti del Paese. E per il bene di tutti. A cominciare dai più deboli. Da chi ha meno difese e garanzie. Un Parlamento, negli anni, sempre più di “nominati”. E non di “eletti” dal popolo. Alla mercé dei capi partito. Sotto ricatto a ogni lista elettorale. Senza più legami col territorio e la gente. Arroccati nel Palazzo, a difesa dei privilegi.

Centralità del Parlamento svilita dalla farsa di “Ruby nipote di Mubarak”. Una vergogna votata a grandissima maggioranza. Da parlamentari senza dignità. Non all’altezza del ruolo. Una delle pagine più indecenti nella storia della Repubblica. Con le Camere “sequestrate” a dibattere sull’assurdo. Sul grottesco. Senza un sussulto di intelligenza. E di buon senso. Davvero il fondo più basso della democrazia rappresentativa. Non c’è disciplina di partito che possa coartare le coscienze. Fino  a tal punto. Ma quel limite fu superato. Indecorosamente. Nel frattempo, il Paese danzava sull’orlo del precipizio. Già incombeva una pesante crisi economica. Ma la priorità erano le leggi ad personam.

Sono tanti i modi per screditare le istituzioni. A cominciare dall’assenteismo. Al di sopra del 90 per cento per alcuni eletti. Fantasmi ben pagati. Che non rinunciano all’indennità. E con una bella faccia tosta. “L’attività politica non si svolge solo in Parlamento. Si può fare politica anche in barca”, ha detto il deputato grillino Andrea Mura (8 presenze su 220 votazioni). Il suo tempo lo passa tutto per oceani. La “rotta del rum” in barca a vela, dalla Francia ai Caraibi, è senz’altro più affascinante del “transatlantico” della Camera. “Con la maggioranza schiacciante che hanno i 5 stelle”, s’è giustificato, “che io sia presente o meno non fa alcuna differenza”. Giustamente, il  Movimento l’ha espulso per “irresponsabilità” e “menefreghismo”. Almeno, una nota positiva.

Responsabilità che è mancata spesso tra i banchi di Montecitorio. “Faremo lavorare Camera e Senato anche a ferragosto”, si vantavano baldanzosi i 5 stelle. Ma la realtà è ben diversa dalla propaganda. A metà luglio, il loro leader e ministro, Luigi Di Maio, ha parlato in un’aula vuota. E il tema non era di poco conto: i destini dell’Ilva. Drammatica crisi industriale del Sud. Che tocca migliaia di famiglie. Almeno ventimila. Con enormi  risvolti occupazionali e ambientali. E nessuno ad ascoltarlo. Né grillini né leghisti. Deserto totale. Eppure, i regolamenti parlano chiaro: “E’ dovere dei deputati partecipare ai lavori parlamentari”. Non sarebbe cattiva idea decurtare lo stipendio in base alle presenze. A quando?

Memoria davvero corta, quella del Movimento 5 stelle. Accusavano la classe politica di lavorare poco. E minacciavano di aprire il Parlamento come “una scatola di sardine”. Se lo facessero oggi, non ci troverebbero nulla. O quasi. Davvero il colmo: una democrazia rappresentativa senza rappresentanti. Ma non c’è solo l’assenteismo. Preoccupa, ancor più, l’improvvisazione. L’incultura. E un vuoto di idee e programmi. Con l’eccezione di quei provvedimenti “di bandiera”. A tenere alto il morale degli elettori. Dal “decreto dignità” alla lotta agli immigrati. Ma anche la proposta di legge sulla difesa armata dei cittadini. Un conto da saldare alla lobby dei produttori d’armi.

E, infine, il disegno di legge, tutto “salviniano”, per l’obbligo del crocifisso nelle scuole, negli uffici, negli ospedali, nei porti e negli aeroporti. Con la speranza di conquistare il consenso dei cattolici. “Parigi val bene una messa”. Di quei cattolici, almeno, cui non è chiara l’incompatibilità tra Vangelo e xenofobia. Totale antitesi. Come quella tra la misericordia e l’accoglienza rispetto ai porti chiusi e agli sgomberi dei campi rom. Dove si afferma la forza del potere sulla pelle dei più deboli. Il filosofo Karl Popper, contro il totalitarismo di chi mina le basi della democrazia e della civile convivenza, consiglia: “Dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti”. Saggio consiglio, da mettere in atto. Quanto prima.

Antonio Sciortino già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale