Il gallo, nel ’68 nasceva il primo club di cinema ad Alba

ANNIVERSARIO L’urlo di orgogliosa sfida di un operaio ucraino che si apre la camicia di fronte a un gruppo di soldati, offrendo il petto (soprannaturalmente invincibile: la storia non si ferma) ai proiettili. È l’immagine simbolica su cui si chiude il film Arsenale, girato dal regista sovietico Aleksandr Dovženko nel 1929 per celebrare l’insurrezione dei lavoratori nell’arsenale di Kiev, nel gennaio 1918.

Ad Alba invece, nel 1968, l’ucraino Timosh divenne il simbolo (oggi diremmo il logo) eclatante e militante del circolo cinematografico Il gallo, che iniziava le sue rassegne.
Il gallo è stato il nostro primo vero cineclub, quello che uscì dall’estemporaneità, si diede un programma e una fisionomia, e durò a lungo nel tempo. Un fatto giovanile, animato in egual misura da politica e cinefilia, desiderio di conoscenza e aggiornamento; nel panorama cinematografico locale, certamente forzò abitudini e convenzioni provinciali, fu da alcuni stigmatizzato come comunista, e attrasse pubblico e giovani anche da altre città. Il nome conteneva un richiamo impegnativo (al gallo evangelico che canta a sottolineare la mancata assunzione di responsabilità), ispirato com’era all’omonima rivista politico-letteraria, nata nella Genova della Liberazione in un ambiente cattolico antifascista, non dogmatico, aperto al dialogo.

Le sale albesi tollerano: le proiezioni del Gallo avvengono di martedì, sono a volte a passo ridotto – in sedici millimetri –, presentano film già storici, o da festival, sovente in lingua originale con sottotitoli (o cartelli tradotti a voce in tempo reale: è, ad esempio, il caso di Intolerance di Griffith), senza troppo disturbare il commercio (il nemico vero è già la televisione). Addirittura, agli inizi, i cinema Eden e Corino ospitano a turno il cineclub (qualche volta, pure la parrocchiale Moretta si presta): finché, dal 1972, è la nuova sala della biblioteca civica (già Circolo sociale; poi Beppe Fenoglio; oggi Vittorio Riolfo), con ingresso da via Paruzza, a trasformarsi in luogo di proiezione per oltre un decennio.

A firmare i borderò Siae, alla voce amministratore della compagnia, sono dei giovani tra i venti e i trent’anni: Mario Vallino, Alberto Canottiere, Giorgio Scagliola e più assiduamente Pier Mario Mignone, che già durante la scuola superiore, nel 1959-60, in Famija albèisa aveva animato un breve cineforum insieme a Vittorio Riolfo e Franca Carbone, e oggi è l’anima dell’Alba film festival.
La rassegna d’esordio del Gallo, tra febbraio e maggio ’68, presenta dodici film: sono opere che, così montate insieme, rispecchiano interessi, tendenze e questioni dell’epoca; oggi sarebbero un corso di storia del cinema, materia che allora si affacciava, con qualche residuo sospetto accademico, nelle Università.

Martedì 6 febbraio l’apertura: al Corino si proietta Sciopero!, anno 1925, prima regia di Eisenstein; una settimana dopo, all’Eden, Ottobre (1928); quindi La madre di Pudovkin (1926) e Kino-Pravda Leninskaya (1925), il cinema-verità commemorativo di Lenin girato da Dziga Vertov, il cui Kinoglaz (Cineocchio) darà il nome, qualche anno più tardi, a un altro cinecircolo albese (tutt’ora attivo). Ed ecco, il 5 marzo, il famoso Arsenale di Dovženko.
Dopo il primo blocco sovietico, si mostra la Resistenza (con Il terrorista, del 1963, rara regia cinematografica di un grande uomo di teatro e partigiano, Gianfranco De Bosio); l’emarginazione sociale, l’arretratezza e il pregiudizio di Banditi a Orgosolo, opera prima di Vittorio De Seta; i ritratti rovesciati, provocatori, anticonformisti della borghesia offerti dai giovani autori Tinto Brass (Chi lavora è perduto) e Marco Bellocchio (I pugni in tasca); infine quattro film di Luis Buñuel, tra i quali I figli della violenza e Diario di una cameriera.

Le schede sono stampate al ciclostile (quello della parrocchia del duomo); in sala vengono invitati critici come Adelio Ferrero (appassionato esegeta di Buñuel, morto prematuramente) o Gianni Rondolino, docente a Torino, cui si deve l’arrivo dei film sovietici e il contatto con un suo studente, che lavora a una tesi su Rossellini – un certo Gianfranco Alessandria di Ricca, che oggi è ricordato e rimpianto come Alec.

Fu su impulso di Alec che Il gallo (marchio e programma) si trasferì nelle carceri di Alba come attività educativa, quando Il nucleo e Il cineocchio, nel corso degli anni Ottanta, erano diventate le nuove, popolari rassegne cinematografiche cittadine.

Edoardo Borra