Un essere umano viene prima di ogni cosa

La lista delle firme è lunga. Ma non abbastanza. Non tanto, per lo meno, a suscitare una reazione. Così, quella lettera ai vescovi italiani è passata inosservata. Ignorata dai mass media. E non pervenuta all’opinione pubblica. Eppure, i firmatari ponevano una questione lacerante. Da scuotere le coscienze. Un chiaro “No alla xenofobia”. Con un urgente appello ad agire. L’umanità affonda nel Mediterraneo. Assieme a secoli di civiltà. Una condanna per chi naufraga in mare. Non più soccorso, né accolto come “ospite sacro”. Quella sacralità sempre rispettata. E mai violata. Fin dall’antichità. E che una nuova barbarie sta distruggendo. Nel nome di una fermezza (“terremo duro!”), che non si sa cosa sia. E a chi giovi. Ma l’ostinazione è folle.

Tra i naufraghi ci sono tanti bambini. Tutti innocenti. Con nessuna colpa addosso. Se non quella d’essere nati nell’altra sponda del Mediterraneo. Chi dice (fino alla nausea, ormai!) di agire in politica “da papà”, dovrebbe sapere che i padri salvano. I padri proteggono. Mettendo a rischio anche la propria vita per i figli. Senza esitare. Un essere umano viene prima di ogni cosa. Anche  della ragion di Stato. Vero padre, senz’altro, è stato quel supercampione di basket americano,  Marc Gasol. Imbarcatosi, come volontario, sulla nave Open Arms.  Di quella stessa Ong che la propaganda politica ha definito “complice degli scafisti”. Gasol era rimasto sconvolto dalla tragedia del piccolo Aylan, spiaggiato a Bodrum, in Turchia.  «Pensando ai miei due figli», ha detto, «ho deciso che dovevo fare qualcosa per gli immigrati». Non parole, ma fatti.

Sono state più di cento le firme appostate sulla lettera ai vescovi. Almeno, finora. Di persone autorevoli nel loro ambito. Teologi, docenti universitari, membri di Caritas, di Pax Christi, del Centro Astalli, parroci, operatori pastorali…  Preoccupati, tutti, di quanto accade nel Paese. Ma anche in Europa. «Cresce sempre più», scrivono, «una cultura con marcati elementi di rifiuto, paura degli stranieri, razzismo, xenofobia; cultura avallata e diffusa da rappresentanti di istituzioni». Ancor più a disagio per la strumentalizzazione della fede cristiana. Con un uso “blasfemo” e “offensivo” di simboli religiosi:  dal crocifisso al rosario, alle citazioni di versetti biblici. Ipocrita esibizione di una politica in antitesi col Vangelo.

In ambito ecclesiale – denunciano – poche sono state le voci di “pastori” a difesa degli immigrati. E della loro dignità. Che è sacrosanta. Come pure quella dei poveri e degli ultimi. Il razzismo non si concilia col Vangelo. E va detto con chiarezza. Non si può essere cristiani e, al tempo stesso, rifiutare o maltrattare gli immigrati. «Un vostro intervento chiaro e in sintonia  con il magistero di papa Francesco», scrivono ai vescovi,  «potrebbe servire a dissipare i dubbi e a chiarire da che parte il cristiano deve essere, sempre e comunque, come il Vangelo ricorda». E aggiungono: «Come ci insegnate, nulla ci può fermare in questo impegno profetico: né la paura di essere fraintesi o collocati politicamente, né la paura di perdere privilegi economici o di subire forme di rifiuto o di esclusione ecclesiale e civile».

Qualcosa, però, si sta muovendo in ambito ecclesiale. Così, almeno, sembra. Sia pure lentamente. Francesco a Lampedusa, nel suo primo viaggio da pontefice, aveva indicato una strada. Quella della misericordia. E della preghiera per le migliaia di vittime nel Mediterraneo. Assieme alla denuncia della “globalizzazione dell’indifferenza”. Voce, purtroppo, rimasta del tutto solitaria  O quasi. Senza una risposta corale di popolo. Ma qualche singola iniziativa apre alla speranza.

Come la mobilitazione delle “magliette rosse”. Rosse come quella di Aylan Kurdi. O dei due neonati, annegati nel mare di Libia. Rosse come quelle dei bambini sui gommoni, perché siano visibili ai soccorritori. Un “popolo di magliette rosse” per  “fermare l’emorragia di umanità”. In migliaia hanno protestato in Italia, nelle piazze delle città. Una denuncia contro tanto deficit etico. E di umanità. «Non ci si può dire cristiani e poi alzare i muri», ha detto don Luigi Ciotti, l’ideatore della manifestazione. «Il dovere di accoglienza e di soccorso sono alla base della civiltà. Un dovere scritto nelle coscienze, prima ancora che nei codici». E ancora: «Indignarsi non basta. Occorre il disgusto. Quel disgusto che risveglia le coscienze e le salva da una passività che le rende complici. Organizziamo il nostro dissenso alla perdita di umanità, alla svendita di democrazia, al naufragio delle coscienze».

Ma anche preti, missionari e suore sono scesi in piazza. In quella di San Pietro, dapprima, per ascoltare le parole del Papa. In piazza Montecitorio, poi, per presidiare il Parlamento. Una staffetta durata dieci giorni. Con un “digiuno di giustizia”, in solidarietà dei migranti. E contro le politiche del governo. Definite “disumane” e incompatibili col Vangelo. Ma anche con la stessa Costituzione. Il naufragio, ora, non è solo dei migranti. Affonda pure la civiltà. «Davanti a queste tragedie», ha detto il comboniano padre Zanotelli, «papa Francesco ci ha chiesto di urlare, di non avere paura. Allora, con saggezza, dobbiamo cominciare a fare disobbedienza civile, se serve a salvare vite umane. Quella disobbedienza che ci ha insegnato Gesù nel Vangelo».

C’è una foto che, in questi giorni, turba le coscienze. O, almeno, dovrebbe. Quella di Josephine, donna camerunense, per due giorni in balia del mare. Aggrappata a un relitto di gommone. Accanto a lei due morti: un’altra migrante e un bambino. Gli occhi di Josephine sono lo specchio un’immane tragedia. Ma anche della malvagità di chi l’ha abbandonata al suo destino. Occhi esterrefatti, sgranati dal dolore. E imploranti pietà. Pietà che ancora esiste. In quella mano del soccorritore che le carezza il viso. Con tenerezza. «Questi occhi gridano tutto il dolore del mondo», ha scritto Marco Belpoliti su la Repubblica (18 luglio 2018), «quello cui non sappiamo rispondere se non con la durezza del cuore e con la crudeltà delle leggi. Non ci sono altre leggi per gli esseri umani che quelle dell’anima, leggi che suggeriscono la misericordia e la compassione per l’altrui miseria».

Josephine, salvata dal mare, sapeva solo ripetere: «Pas Libye». Non in Libia! Meglio, piuttosto, morire. Ma non tornare in quell’inferno. In quei lager libici. Luoghi di umiliazioni, violenze e stupri. Considerati, invece, “approdi sicuri” per chi chiude i porti delle nostre città. Già papa Francesco a Lesmo, in un contesto simile, aveva ammonito: «Chi vede gli occhi dei bambini che incontriamo nei campi profughi, è in grado di riconoscere immediatamente la bancarotta dell’umanità».

E ora anche i vescovi italiani hanno preso posizione netta. E forte. Con un documento ufficiale della Presidenza Cei. Forse, in risposta alla lettera che li sollecitava a intervenire. Un monito contro le «parole sprezzanti» e gli «atteggiamenti aggressivi». A danno di un «esercito di poveri, vittime di guerre e fame, di deserti e torture che impedisce di chiudere frontiere e alzare barriere». Un invito alla solidarietà. A «non volgere lo sguardo altrove». Lasciando che  «le paure alimentino un clima di rifiuto». E, infine, una sollecitazione a «salvare la nostra stessa umanità dalla volgarità e dall’imbarbarimento». Che passa dall’«impegno a custodire la vita. Ogni vita. A partire da quella più esposta, umiliata e calpestata».

Impegno che la Chiesa, anche se non tutta, porta avanti da anni. Con l’accoglienza nelle parrocchie e gli arrivi in sicurezza, tramite “corridoi umanitari”, di migliaia di profughi e rifugiati. Spesso, in un clima ostile e avverso.  Ne sa qualcosa il cardinale Gianfranco Ravasi. Per aver twittato il versetto del Vangelo “ero forestiero e mi avete accolto”, è stato subissato di insulti in Rete. Qualcuno gli ha pure consigliato di studiare la Bibbia. «Scoprirà», così lo redarguiva , «che ci sono citazioni che dicono il contrario». È davvero il colmo, per uno dei più grandi biblisti al mondo! Purtroppo, non c’è limite all’ignoranza. Ancor più, quand’è volgare.

Don Antonio Sciortino

Stessi insulti ha ricevuto l’arcivescovo di Bologna, monsignor Zuppi. Per aver difeso le Ong a un convegno sugli immigrati. Offese apparse non in Rete, ma sul post della senatrice leghista Borgonzoni, sottosegretaria alla cultura. Relatrice allo stesso convegno, è  andata via quando la parola è passata a monsignor Zuppi. Senza ascoltarlo. «Avevo un treno da prendere», s’è giustificata. Senza più rimuovere gli insulti dal suo post. Una vergogna riparata dai cittadini bolognesi. Con una lettera hanno chiesto scusa  all’arcivescovo. E più di cinquemila l’hanno sottoscritta. Subito. Non avevano, per fortuna, “un treno da prendere”.

«Non è la quantità del consenso elettorale che fa la democrazia», diceva Libero Grassi, ucciso per mano della mafia. «Ciò che conta è la qualità del consenso. Ovvero la sua libertà, la sua convinzione, il suo essere frutto di una scelta e di un pensiero».  Il resto è barbarie.

 

Antonio Sciortino, Già direttore di Famiglia Cristiana e attualmente direttore di Vita Pastorale