Con Paolo Tibaldi scopriamo le origini della parola piemontese “Caponèt”

ABITARE IL PIEMONTESE

Caponèt: Involtino di foglie di cavolo o simili, ripieno di carne, verdura e uova

Se in passato abbiamo dissertato di piemontesismi italianizzati, è arrivato il momento di rimarcare gli italianismi figli del piemontese. Infatti per qualcuno la comune acqua, anziché chiamarla eva, rimane àcqua anche in piemontese; la fotlin-a, quasi passata nel dimenticatoio, vien chiamata forchëtta. E poi l’arancia chi la chiama più portigàl? Figuriamoci chi si sogna di ordinare del prosciutto chiamandolo giambon?

Per quanto siano desueti i termini, non è così per il contenuto – casualmente tutti riconducibili alla cucina. Quella nostra, antica, quella povera, del recupero, quella che trasforma gli avanzi in virtù. Due sono gli esempi lampanti, tanto più in questo periodo dell’anno in cui avviene la raccolta delle patate. Il primo è il sibȓich, quella sorta di polpetta di patate, formaggio grattugiato, uova e sale; al giorno d’oggi lo si classificherebbe con un una certa finezza nei piatti vegetariani; ma come ogni ricetta della tradizione, è giusto che ognuno abbia le proprie varianti, anche per la denominazione: sibȓich, ma anche subrich, sobrich, friciolin, eccetera.

Un altro gran buon piatto è il mitico caponèt, il refugium peccatorum degli avanzi, così semplice da definire e da raccontare: un involtino, cotto in forno o padella, ripieno di avanzi di carne, verdura, uova e tutti quegli ingredienti che, a seconda di chi cucina, possono andar bene. Il caponèt, può essere adattato alla stagione mediante l’involtino che sarà di zucca o zucchina durante la stagione estiva, oppure in una bella foglia di cavolo, precedentemente sbollentato, nella stagione più fredda. Ma dal momento che io non sono un cuoco, mi preme sottolineare che si trae una curiosità molto interessante proprio dal nome caponèt. Infatti, tra i fiori di zucca o zucchina vengono presi della pianta quelli sterili che non portano frutto, proprio come i capponi, polli conosciuti proprio per essere sterili.

Paolo Tibaldi