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Un nuovo cammino di accoglienza dei migranti alla Caritas albese

ALBA Sta per cominciare un nuovo cammino di accoglienza alla Caritas albese, rivolto a una fascia di stranieri in grave difficoltà.
Per comprendere il cambiamento occorre fare un passo indietro, al 2014, anno dell’emergenza sbarchi in Italia. La Prefettura di Cuneo, alla ricerca di strutture in cui trasferire i rifugiati destinati dal Ministero degli interni alle varie province, sollecitò la diocesi a dare vita a un centro di accoglienza straordinaria (Cas), come poi ne sono nati altri sul territorio. È così che il centro di accoglienza di via Pola, accanto alle ordinarie forme di assistenza, ha cominciato a ricevere dieci richiedenti asilo, ai quali poi si sono aggiunti i quattro ospitati nella comunità di Montà.
Nei giorni scorsi la diocesi ha anche avanzato la richiesta per ospitare quattro dei cento migranti della nave Diciotti presi in carico dalla Conferenza episcopale italiana, ma tutti sono già stati destinati ad altre diocesi. La collaborazione con la Prefettura si è rinnovata fino a oggi, come spiega don Gigi Alessandria, direttore della Caritas albese: «Al momento ospitiamo undici richiedenti asilo. Tre ci hanno salutati da poco, perché hanno superato l’esame con la Commissione territoriale di Torino e ottenuto il permesso di soggiorno. In caso di esito positivo, infatti, sono chiamati a lasciare la comunità in cui hanno vissuto. In caso di diniego del permesso, l’immigrato deve lasciare l’Italia entro pochi giorni».
Da questa prassi il sacerdote evidenzia alcuni aspetti negativi: «Il problema più grande? Il fatto che questi giovani debbano attendere un tempo interminabile per incontrare la Commissione, anche due anni in certi casi: vivere nell’incertezza è molto penalizzante, per loro e per chi li segue. E anche qualora riescano a superare l’esame, i problemi non sono terminati, perché la maggior parte di loro si ritrova in un contesto che non conosce, senza una formazione professionale e di conseguenza nell’impossibilità di cogliere le offerte lavorative che offre il territorio».
È questo il motivo che ha spinto la diocesi di Alba a rivedere il suo sistema di accoglienza, come anticipa il vescovo Marco Brunetti: «Rispetto a qualche anno fa, oggi il flusso migratorio è assorbito dalle altre realtà presenti in zona. Da dicembre interromperemo la nostra collaborazione con la Prefettura di Cuneo, alle cui direttive ci siamo attenuti fino a oggi, per volgere lo sguardo a quanti hanno già il permesso di soggiorno, ma non sono riusciti a inserirsi in alcun modo».
Prosegue il vescovo: «Si tratta di una nuova emergenza, che anche nell’Albese richiede forme di intervento immediate. Stiamo parlando di persone che, fuori dalla protezione della comunità in cui hanno vissuto, si sono ritrovate prive di forme di sostegno, abbandonati da tutti, senza una casa e senza un lavoro. C’è anche da dire che la loro accoglienza, a differenza di quella dei richiedenti asilo, non rappresenta alcuna rendita».
La diocesi di Alba rinuncerà a ogni forma di finanziamento statale e «cercherà di offrire loro un servizio idoneo, a partire da una serie di iniziative rivolte alla scolarizzazione, la più grande lacuna del sistema attuale, elemento fondamentale per l’inserimento lavorativo e di conseguenza per una vita autonoma», conclude monsignor Marco Brunetti.
Francesca Pinaffo