Sandra Vezza (l’Astemia pentita) si racconta a Gazzetta

L’INTERVISTA Sandra Vezza l’imprenditrice che ha portato il design nel mondo del vino con la cantina l’Astemia pentita, si racconta a Gazzetta d’Alba, mettendo da parte la proverbiale riservatezza che l’ha sempre contraddistinta.

Rimasta vedova giovanissima, lei si è trovata improvvisamente a prendere il timone di un’azienda molto conosciuta sul territorio come la Italgelatine. Ha mai avuto paura di non farcela? Come è riuscita a conciliare le responsabilità del dover dirigere un’azienda con il suo ruolo di giovane madre?

«Mi sono data n’andi (una spinta), come si dice in piemontese, impegnandomi su diversi fronti, senza soccombere agli ostacoli. Del resto, come donna di Langa, mi è stato insegnato a non mollare di fronte alle difficoltà e cercare di capire sempre come affrontarle e gestirle. Nel mondo del lavoro all’inizio della mia carriera non è stato facile (ride, nda), dicevano: “È giovane e carina, questa non arriva tanto lontano”. Ho dovuto davvero tirare fuori le unghie. Ricordo la prima volta che andai a comprare maiali in un mondo solamente maschile. Il mio interlocutore mi vide minuta e ben vestita e mi disse: “La vedo più adatta a comprare dei foulard”. Gli risposi: “Intanto mi venda i maiali, poi se è il caso le compro anche i foulard”».

Se guarda a quel periodo c’è qualcosa di cui lei va particolarmente orgogliosa?
«Orgogliosa? È una parola che non conosco, il mio carattere mi porta sempre a pensare che potevo fare meglio».

Dopo la scommessa vinta con Italgelatine, quello che lei ha definito un sogno: diventare produttrice di vino, fondando la cantina Astemia pentita. Lei, allora, era veramente astemia?

«Vengo da Levice, dove sono cresciuta. Immagini cosa poteva essere la Langa dei miei nonni e genitori. Ho visto e ho il vissuto per poter raccontare che cosa significhi dialogare con rispetto con la terra in modo da poterla plasmare in un alleato prezioso: per mangiare. L’equilibrio tra ambiente naturale e paesaggio lavorato della vigna sono un miracolo che mi affascina da sempre: mio nonno già quando avevo quattro anni mi portava in vigna. Il piacere di bere il vino l’ho scoperto tardi, però, negli ultimi 15 anni, quando la mia curiosità si è trasformata nel desiderio di mettermi in discussione con l’Astemia pentita, appunto. Una sorta di monito: non è mai troppo tardi per cambiare idea. Sono quindi pentita di essere stata astemia, ma ammetto che ho ancora molto da imparare: ecco perché mi sono fatta affiancare da un consulente come l’enologo di fama internazionale Donato Lanati e dal nostro Daniele Mauro, con 40 anni di esperienza».

Come si sente a essere una produttrice in un mondo del vino che si sta riscoprendo sempre più rosa?

«Ci sono tantissime e bravissime imprenditrici del nostro territorio nel mondo del vino che hanno affrontato e vinto da decenni questa sfida, molto prima di me. Bisogna ringraziarle e ammirarle. Quello del passato è stato peraltro un ostracismo antistorico e miope nei confronti delle donne: è ormai appurato che se non fosse stato per Giulia Colbert Falletti probabilmente io e lei non staremmo neppure qui a parlarne. Il vino quindi è donna, da secoli».

Che cosa significa design?

«Il design è forma e contenuto allo stesso tempo: è il modo per narrare quello che l’uomo sogna, gli obiettivi che si dà: è il risultato di quello che ha costruito, il modo per far venire a galla nel modo più trasparente e onesto possibile tutto il processo e le sfide che affronta per concretizzare un’idea».

La scelta delle due cassette di vino sovrapposte nell’ultraconservatore paese di Barolo ha fatto molto discutere tra chi ha visto nella sede dell’Astemia pentita un’opera d’architettura di grande valore e chi non ne ha capito il senso. Ci sono state critiche che l’hanno ferita?

«No, quando le critiche sono costruttive la piattaforma di confronto assume connotazioni di opportunità di dialogo e crescita. La cattiveria, quella non sopporto. Quando l’offerta varia, vengono in realtà soddisfatte più voci a beneficio di tutto il comparto turistico e del sistema vino».

Lei ha voluto giocare su queste critiche con una campagna con frasi in piemontese. Quando è nata l’idea?

«È nata insieme a mio figlio, quando ci siamo resi conto che dopo le prime, fragorose polemiche sull’Astemia pentita è iniziato a crescere un movimento di opinione a favore del nostro intervento. Poi, mano a mano che si svelava e si completava l’architettura, una buona parte dei critici ha anche cambiato idea. Da qui la scelta di costruire una campagna pubblicitaria. Uno stimolo a scoprire i contenuti nella globalità e non fermarsi alla superficie delle cose. Del resto, non si giudica mai un vino dall’etichetta».

Veniamo a Gufram: che cosa ha rappresentato per lei acquisire questa società che ha fatto la storia dell’arredamento made in Italy?

«Se da un lato è stato il desiderio di una collezionista che ne apprezza l’alto valore estetico, dall’altra è stato quasi un dovere dettato dal senso di responsabilità: un’azienda che ha rivoluzionato la storia del design, espressione della creatività tutta italiana e del Piemonte, non poteva scomparire, mi è parso giusto impegnarmi per darle nuova vita».

Gufram produce il 100 per cento in Italia. Non pensa dovrebbe esserci una maggiore attenzione per chi sceglie di non delocalizzare?

«Non dobbiamo mai dimenticare il valore del Made in Italy, proteggendo i marchi e la creatività. Se ne parla molto, ma tutti lamentano un lavoro di squadra mancante».

In conclusione, l’Astemia pentita e Gufram per lei sono stati desideri realizzati: ne ha altri che può svelarci?

«Sì, ho altri sogni nel cassetto, ma non è ancora il tempo di rivelarli…».

Marcello Pasquero