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La cultura della nonviolenza tra Ghandi e il Sessantotto

PERSONAGGIO Il ’68 compie cinquant’anni: tanto è passato da quella stagione con aspirazioni rivoluzionarie, con movimenti eterogenei formati tanto da operai quanto da contadini e studenti uniti dal desiderio di combattere i pregiudizi e le ingiustizie del sistema. Nato a Neive il 28 agosto 1942, Beppe Marasso ha vissuto il ’68 a Torino, trovando una strada che tuttora persegue: quella della nonviolenza. È sposato con Angela, attuale presidente del centro studi Sereno Regis, da cui ha avuto due figlie; hanno tre nipoti e vivono prevalentemente a Neive.

Com’è arrivato a Torino?

«A Neive avevamo una piccola proprietà contadina. Sono andato via da piccolo perché mio papà è morto: sono stato per quattro anni in un orfanotrofio a Genova, dove sono stato allevato dai frati Cappuccini, poi sono stato allievo dei Salesiani e a 15 anni ho cominciato a lavorare. Ho fatto vari lavoretti e poi il magazziniere a Porta Nuova; quando mi sono rotto il ginocchio ho temuto di non potercela più fare».

Poi com’è andata?

«Ho fatto lo studente lavoratore, prendendo prima la licenza media, poi il diploma da geometra e il concorso per accedere all’università – allora solo gli studenti provenienti dai licei accedevano senza concorso – vincendolo: ho fatto agraria, da figlio di contadino ci tenevo. In quel periodo sono partiti assemblee e cortei, dove non ho avuto un ruolo particolare: per lo più dirigevano il tutto figli di borghesi. Io portavo dentro la ferita di essere figlio di un uomo appena conosciuto, mandato in Albania e morto poco dopo essere tornato, oltre che di due zii non tornati dalla Russia: la guerra non mi sta bene».

Come si è evoluto il suo pensiero?

«Mi sono avvicinato al Movimento federalista europeo (Mfe): intorno ai vent’anni ho trovato persone di grande valore come il filosofo Giuliano Martinetti, scomparso pochi mesi fa, l’avvocato Calvi e il professor Levi che mi hanno accolto. All’interno di questo Movimento ho trovato un limite di teoria giusta e pratica insufficiente. Il Mfe – cioè il progetto di unità europea, rispettoso del principio di sussidiarietà, vista come tappa verso l’unità del mondo – mi pareva una risposta giusta e adeguata alla feroce belluinità della guerra. Ciò che mi ha persuaso è stato la conoscenza di Domenico Sereno Regis, che era in contatto con don Primo Mazzolari, il quale insieme a un gruppetto di persone a Torino leggeva la rivista di don Milani: loro hanno dato carne e sangue al federalismo».

Come si è avvicinato alle manifestazioni?

«Nel ’67, anno in cui in primavera era morto don Milani, nel mese di ottobre Domenico ci disse che c’era un ragazzo che stava per essere processato, un obiettore di coscienza testimone di Geova; dovevamo essere in prima linea per l’obiezione. Per me era evidente che i modi della protesta erano fondamentali: non puoi certo combattere la violenza con la violenza. A quel primo corteo eravamo in quattro, poi, nel ’68, molti di più; a maggio di quell’anno c’è stato il mio primo arresto in piazza Castello per manifestazione non autorizzata. Sono stato alle Nuove, dapprima intimorito, poi ho trovato persone umane e soprattutto padre Cipolla, persona di straordinario valore. Vi sono stati altri arresti, per riunione sediziosa, vilipendio alle forze armate, incitazione alla sedizione ma mai per condotte violente; le volte successive è stato meno drammatico, l’ultima volta per tre-quattro giorni nel 1971».

Cosa resta di quell’epoca?

«Nell’ambito dei movimenti nonviolenti ho conosciuto il pensiero di Gandhi e di Giovanni Giuseppe Lanza del Vasto. Abbiamo costituito a Torino il centro studi Sereno Regis che porta avanti i temi della pace, dell’ambiente e della sostenibilità, e il centro Gandhi a Ivrea».

Un consiglio ai giovani?

«Fatti delle convinzioni, orientati, e poi spendi in modo gioioso i tuoi anni: trova un obiettivo di vita – io penso al regno di Dio, la cosa alta – poi perseguila e sii lieto, e sarai felice. Una ragione di vita è una gioia».

a.r.