Terre del Barolo compie 60 anni d’innovazione

CASTIGLIONE FALLETTO Seicento ettari appartenenti ai trecento soci e di proprietà; circa cinquantamila quintali di uva conferita nella vendemmia 2018, coltivata per la quasi totalità nel territorio degli undici Comuni della denominazione del Barolo; tre milioni di bottiglie, un terzo delle quali di Barolo; quaranta dipendenti: sono i numeri della cantina sociale Terre del Barolo, il punto di arrivo del percorso iniziato sessant’anni fa, l’8 dicembre 1958, da Arnaldo Rivera.

Partigiano, commissario di distaccamento e poi ispettore della 14ª divisione Garibaldi, maestro di scuola, sindaco di Castiglione Falletto per più di 35 anni, Rivera fu l’uomo che capì – come poco più tardi don Giuseppe Cogno, il mitico parroco di Neive – le potenzialità della Langa e dei suoi vini. In tempi lontani dal glamour attuale, molti vignaioli non sapevano come finalizzare i frutti del loro lavoro e rimanevano alla mercé di mediatori e commercianti per vendere le uve: la soluzione di Rivera fu invitarli a unire le forze per costruire una loro cantina, arrivando ai risultati sopra elencati in sintesi.

Il fondatore della cantina Terre del Barolo Arnaldo Rivera alla Fiera del tartufo

Un passato che per Terre del Barolo, ora guidata da Paolo Boffa, succeduto ad altri storici presidenti come Francesco Conterno e Matteo Bosco, è la base per ripartire. In questa prospettiva era naturale che Arnaldo Rivera, oltre a rimanere il riferimento delle origini, fosse onorato con il suo nome sull’etichetta del Barolo di punta della cantina, con l’Undicicomuni – appena inserito dalla rivista americana Wine spectator nella lista dei migliori cento vini mondiali – e i cru, i suoi sette fratelli più piccoli (solo per numero di bottiglie). Nati con la vendemmia 2013 e quindi entrati in commercio l’anno scorso, riportano in etichetta la macchia colorata che indica il villaggio dal quale provengono i pregiati Nebbioli. Una tipizzazione sempre più ricercata dei consumatori, sempre alla scoperta di «produzioni artigianali», per usare le parole del direttore della cantina, Stefano Pesci.

Una delle vigne, la Rocca di Castiglione, è diventata didattica, una sorta di palestra nella quale i tecnici allenano i soci alle nuove tecniche; un’altra, la vigna storica di Cavour, che circonda il castello di Grinzane, è seguita con la collaborazione degli studenti della scuola enologica. L’attenzione per il marchio Arnaldo Rivera non si ferma al Barolo, ma è riservata anche a vitigni autoctoni, a iniziare dalla Nascetta, tipica di Novello, al Diano e al Barbera d’Alba.

La strada scelta dalla cantina è inoltre di mantenere e valorizzare anche prodotti per così dire di nicchia, rispetto al gigante Nebbiolo, come il Pelaverga, il Grignolino, la Freisa per tentare di razionalizzare l’espansione del «monovitigno Nebbiolo, che in futuro potrebbe essere limitante dei vini che potremmo proporre ai consumatori», dice Pesci. E quindi Terre del Barolo incentiva, per esempio, il mantenimento di vigne di Chardonnay e Pinot nero, che sulla carta non hanno la redditività del Nebbiolo ma che danno vita all’Alta Langa: nel mercato delle bollicine, in crescita da dieci anni, lo spumante di qualità è «una straordinaria opportunità di avere in Langa un’ulteriore eccellenza». Un vino che invecchia in bottiglia circa lo stesso numero di mesi che il Barolo passa nelle botti.

Il sostegno ai soci è, dal 2014, forte se decidono di seguire un’altra via oggi d’attualità, il biologico, che prevede l’esclusione di diserbanti, fertilizzati chimici, con lo sviluppo controllato di un manto erboso tra i filari (o inerbimento), un minor utilizzo dei solfiti, una vinificazione più tradizionale e addirittura una bottiglia più leggera e l’etichetta in carta riciclata.

L’investimento per il futuro di Terre del Barolo si sta facendo concreto con la ristrutturazione degli spazi esterni e la nuova bottaia sotterranea in fase di scavo: 3.500 metri quadrati progettati da Moretti, capaci di contenere 20 mila ettolitri, pari a due milioni di litri in invecchiamento in botte, e un milione di bottiglie nelle quali il Barolo deve sostare per più di un anno prima di essere messo in vendita. Una realizzazione ecocompatibile e autonoma dal punto di vista energetico, per esempio con l’utilizzo di scarti di lavorazione per la parte termica, il trattamento delle acque. Avrà anche una funzione sociale per ospitare appuntamenti culturali e formativi. Ma soprattutto sarà una cantina accessibile a chi desidera assaggiare un buon vino.

l.o