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Il rischio dopo le due ultime alluvioni

Parliamo con Carlino Belloni, geologo, grande esperto del Tanaro e dei due fenomeni alluvionali, di cui ha ricostruito le dinamiche idrogeologiche

TANARO TESORO DA SALVARE È difficile pensare a riappacificare un fiume con la sua città, quando i suoi abitanti hanno conosciuto in prima persona la violenza incontenibile dell’acqua che esce dagli argini, distrugge ponti e infrastrutture, inonda strade e case, per lasciarsi alle spalle uno spesso strato di fango e detriti. Quando vite umane sono state interrotte dalla corrente, lasciando un vuoto incolmabile.

Ad Alba e negli altri Comuni che ne hanno condiviso il destino, non si può parlare del Tanaro senza ritornare con la mente all’alluvione del 5-6 novembre 1994. Nove le vittime in città, un elenco lunghissimo di danni e la consapevolezza di dover progettare al più presto opere di protezione mirate, per evitare il ripetersi del dramma. La prova del nove è arrivata il 24-25 novembre 2016, quando Alba è stata attraversata da un’alluvione paragonabile a quella del ’94: le violente correnti hanno scavato i campi pianeggianti adiacenti al fiume, ma nel centro abitato i nuovi argini hanno retto e hanno favorito il deflusso delle acque, con danni limitati rispetto a ventidue anni prima. Oggi i tempi sono maturi per ripercorrere le dinamiche dei due eventi, con le loro similitudini e le loro differenze. Analizzare quanto accaduto nel 1994 e nel 2016 è fondamentale per comprendere il presente del Tanaro, un corso d’acqua che ha dovuto adattarsi agli interventi dell’uomo e non viceversa, come purtroppo è accaduto in molti altri casi. E proprio in quest’attività antropica, che si è spinta sempre più a ridosso del fiume, potrebbero celarsi alcuni elementi di rischio per il futuro.

Abbiamo affrontato l’argomento con Carlino Belloni, geologo, grande esperto del Tanaro e dei due fenomeni alluvionali che hanno colpito Alba, dei quali ha ricostruito le dinamiche idrogeologiche. «Prima di tutto, dev’essere chiaro un aspetto: se le inondazioni periodiche per i primitivi erano una forma di irrigazione, oggi l’occupazione antropica delle aree di pertinenza del fiume ha richiesto argini e opere di difesa, che però incrementano la velocità delle correnti e trasformano le alluvioni da evento naturale a fenomeno artificiale», esordisce il geologo.

Belloni, per lei quindi le alluvioni sarebbero provocate dall’opera dell’uomo?

«Un tempo le aree pertinenziali al Tanaro non erano occupate, con la conseguenza che il fiume poteva espandersi liberamente: quando si alzava il livello dell’acqua, il divagare delle correnti ne rallentava la velocità, senza provocare danni. Quando si è iniziato a costruire edifici e infrastrutture sempre più vicine al suo alveo, il fiume si è trovato costretto entro argini artificiali, che ne hanno velocizzato il deflusso: è diventato incontenibile, fino a sfondare gli stessi argini e a esondare in zone mai raggiunte prima. Ciò che intendo dire è che, se non avessimo occupato gli spazi di naturale espansione del fiume, non avremmo avuto alluvioni così violente».

Oltre a questo aspetto, perché l’alluvione del 1994 è stata così grave?

«È stata l’interazione di una serie di fattori. Di certo si sono verificate piogge intense e prolungate, ma non solo. L’erosione dei pendii, dovuta al disboscamento e all’impianto di colture intensive, ha incrementato il trasporto delle correnti e di conseguenza il volume e la forza d’urto della piena d’acqua. Con un controllo mirato dei pendii, carente prima del 1994, il problema non si sarebbe registrato in modo così grave. Questa massa enorme d’acqua e detriti è poi arrivata a valle, dove i materiali trasportati si sono ammassati lungo le sponde e a ridosso dei ponti, in certi casi occludendone anche le sezioni: l’effetto è simile a quello del crollo di una diga, con un ulteriore aumento della forza d’urto e della velocità dell’acqua. Proprio come è accaduto ad Alba, quando il ponte vecchio ha rischiato il collasso, tanto che la settima arcata è ancora chiusa in modo parziale».

Nel 2016, però, le conseguenze sono state molto meno gravi, vero?

«Le opere di protezione e di difesa spondale realizzate dopo il ’94 hanno funzionato. Da notare come hanno riguardato non soltanto il Tanaro, ma anche i diversi affluenti, a partire dal Talloria: a ovest della località Cantina di Roddi –da dove si era innescata la piena del torrente verso corso Europa e verso gli stabilimenti del gruppo dolciario Ferrero – è stato realizzato uno scolmatore per permettere il deflusso dell’acqua in caso di piena; un’opera dello stesso tipo è stata costruita per il Riddone. A Gallo è stato rifatto il ponte sul Talloria, ad Alba quello sul Cherasca. Per quanto riguarda il Tanaro, anche le diverse aziende si sono messe in sicurezza, come la Ferrero, con un ottimo lavoro di palificazioni e di scogliere, proteggendo una parte vulnerabile della città».

Francesca Pinaffo

Tanaro, tesoro da salvare

CHI È CARLINO BELLONI?

 È laureato in scienze geologiche e vive ad Alba dal 1966. Dopo essersi dedicato all’insegnamento, nell’83 ha iniziato a lavorare come geologo. All’indomani dell’alluvione del 1994, ha studiato nel dettaglio le dinamiche e gli effetti della piena, realizzando consulenze per le più importanti aziende del territorio. Anche se non più attivo dal punto di vista professionale, ha fatto lo stesso all’indomani dell’alluvione del 2016, arrivando alla raccolta di una grande documentazione dei due eventi. È tra i soci della sezione locale di Italia nostra ed è un accompagnatore del Cai (Club alpino italiano). La sua grande passione per la natura è nata dall’esperienza dello scoutismo.

Il problema dei due ponti

Con il geologo Carlino Belloni parliamo ancora della situazione odierna legata al fiume albese.
Con le opere di messa in sicurezza del Tanaro e dei suoi affluenti si può dire che Alba sia del tutto al sicuro dal pericolo provocato dalle alluvioni, Belloni?

«Purtroppo questo non è del tutto vero: permangono alcuni elementi di rischio, che non vanno sottovalutati. Prima di tutto, un punto naturalmente critico è rappresentato dalla stretta ansa in coincidenza del canale di scarico della centrale Tefin, dove due anni fa la piena ha ulteriormente approfondito l’alveo del Tanaro e ha danneggiato le opere di difesa spondale, sia quelle risalenti nel tempo che quelle più recenti. Nel 2016, inoltre, la centrale idroelettrica della società Tanaro Power, subito a valle del ponte di Pollenzo, ha avuto un impatto negativo sul regolare deflusso delle correnti di piena. Rimane, poi, il problema dei due ponti, sia quello strallato che quello misto (ferroviario e stradale), ad Alba: per la loro posizione critica, richiederebbero un’approfondita analisi idraulica, in modo da mitigarne le condizioni di rischio eventuale».

Perché è così importante ragionare su questi rischi?

«Dobbiamo ricordarci che il Tanaro ha un reticolo idrografico molto ampio e denso, oltre a essere un corso d’acqua giovane dal punto di vista idraulico, oggetto circa cinquantamila anni fa di una “deviazione per cattura” verso Asti. Per questi motivi il fiume è geologicamente fragile: tutto ciò che viene realizzato sulle sue aree pertinenziali dovrebbe essere pensato con molta attenzione e sensibilità, così da non snaturarlo, renderlo sicuro e allo stesso tempo riscoprirne la bellezza».