Luca Barbareschi al teatro Giorgio Busca di Alba con Il penitente

L’INTERVISTA Luca Barbareschi è un fiume in piena quando si parla di gogna mediatica, fake news e processi celebrati dall’opinione pubblica. Non a caso sono questi i temi che emergono dallo spettacolo Il penitente, tratto dall’ultimo testo teatrale del drammaturgo statunitense David Mamet, nella versione italiana tradotto, diretto e interpretato dallo stesso Barbareschi. Dopo aver debuttato nel 2017 all’Eliseo, il teatro di cui l’attore, regista ed ex politico nato a Montevideo è direttore artistico, farà tappa ad Alba domenica 20 gennaio, alle 21 al teatro Sociale.
Il protagonista, interpretato da Barbareschi, è Charles, uno psichiatra che si ritrova al centro di un dilemma morale: viene chiamato a testimoniare nel processo a carico di un suo paziente, accusato di aver commesso una strage. Piuttosto che esibire in sede legale gli appunti presi durante le loro sedute, l’uomo si appella all’etica professionale e rifiuta di parlare. Messo sotto torchio dalla stampa, che arriva ad accusarlo di omofobia, si ritrova all’interno di un incontenibile vortice mediatico. A rischio non c’è soltanto la sua carriera, ma anche i suoi rapporti famigliari, a partire dalla moglie Kath, interpretata da Lunetta Savino. «Un testo intenso e di grandissima attualità», esordisce l’attore.

Barbareschi, lei ha tradotto il testo di Mamet, per poi dirigerlo e portarlo nei teatri italiani nel ruolo del protagonista: che cosa l’ha convinta di questo spettacolo?

«Conosco e frequento Mamet da molti anni e lo considero uno dei maggiori drammaturghi del nostro tempo: al di là dei premi vinti nella sua carriera, come il Pulitzer per Glengarry Glen Ross, è da sempre un grande precursore. Così con Il penitente, scritto nel 2016, che pone l’accento sui meccanismi distorti dell’informazione. Oggi i media possono accendere i riflettori sulla vita privata di un qualsiasi individuo, riportare alla luce fatti accaduti decine e decine di anni prima, fino a puntargli il dito contro, senza alcuna prova. Accade al protagonista, Charles, che rispetta il suo mestiere di psichiatra e si avvale del giuramento di Ippocrate. Nella nostra società si è perso il concetto di responsabilità, che dovrebbe guidare l’operato di tutti, soprattutto su Internet e sui social network: le parole sono come coltelli e andrebbero utilizzate con cura».

Arrivati al punto in cui siamo oggi, in cui basta accendere un computer per commentare e accusare chiunque, come si potrebbe ridare valore al concetto di responsabilità di cui parla?

«Bisogna focalizzare il problema e cercare di risolverlo, a partire dalla riservatezza dei dati o dall’identità sul Web. Se una persona viene ingiuriata su un social network, spesso non ha neppure la possibilità di procedere legalmente nei confronti del colpevole, nascosto dietro a un nome falso. Sono convinto che ci vorrebbe una sorta di autorità garante, non per minare la libertà d’espressione, ma per assicurare maggior controlli. Bisogna anche lavorare sul concetto di discernimento, per saper distinguere ciò che è vero da ciò che è falso».

Nella sua carriera di attore e di politico, immagino che le sia capitato di essere accusato a partire da false notizie: come si vivono momenti come questi?

«Mi è capitato un’infinità di volte. Per esempio, una volta il mio nome è stato associato a un giro di droga e di attività non lecite, notizia poi smentita dal giornale che l’aveva pubblicata. Per un padre com’ero io allora, con due figlie piccole, sono stati momenti drammatici: nessun risarcimento potrà porvi rimedio».

L’obiettivo di Il penitente, dunque, è smuovere la coscienza del pubblico?

«Sono convinto che nessun artista possa cambiare la realtà e non riconosco all’arte una funzione catartica. Ma oggi il teatro è senza dubbio l’unico luogo in cui un gruppo di persone, anche molto variegato, si ritrova per ascoltare parole. E se queste sono utili e di livello come quelle di Mamet, credo ci sia ancora qualche speranza».

Francesca Pinaffo