Tanaro da salvare. Il bello e grosso fiume di Fenoglio e d’altri maestri

Il Tanaro in letteratura, dalla lirica descrizione di Pietro Chiodi, alla poesia di Carlo Prandi e Alberto Monza fino alla Barcarola d’Tani di Paolo Conte

TANARO TESORO DA SALVARE Come ogni corso d’acqua che si rispetti, anche il Tanaro ha la sua brava origine letteraria, se vogliamo ascoltare (e perché no?) un passo, ricalcato, di mitologia, che debitamente provvede una ninfa, tra le innumerevoli, a ogni sorgente.

Quella locale, figlia di Apollo e Cerere, portava addirittura il provvidenziale nome di Alba: che in effetti, ci dicono i linguisti, è toponimo antichissimo, pre-indoeuropeo, che individua le “città d’acqua”. La nostra ninfa fece un giorno invaghire un satiro: ne derivò un inseguimento tra selve, rocce e infine il cielo, dove Apollo le trovò riparo, beffando il suo spasimante. Dalle lacrime di questi, e dal velo di lei, supercandido, che nella fuga precipitosa svolazzò via come alle più innocenti pin- up, trasse origine il nostro scenario naturale, in blocco: le quinte, il fondale, il pavimento (e persino, sotto ancora, il tartufo, “gemma” di una consolatrice Afrodite).

Beppe Fenoglio con la moglie Luciana Bombardi sulla riva del Tanaro, a Pollenzo

«Nacque così Alba, nacquero così le dolci volute del Tanaro che la lambisce mollemente…»: chi graziosamente riprendeva, con più di una strizzata d’occhio, questa leggenda così canonica e rassicurante, era, nelle sue vesti più goliardiche e affettuose, Pietro Chiodi. Proprio il professore di filosofia e storia del liceo classico Giuseppe Govone, che, nell’ottobre del 1946, scriveva un pezzo francamente pubblicitario, ma di grande piacevolezza, sulla Fiera del tartufo, steso magari sui tavolini dell’hotel Savona di Giacomo Morra, e lo consegnava alle pagine piemontesi dell’Unità (non certo però, ad Alba, il primo quotidiano). Parlava delle «dolci volute» del fiume, le stesse che assorbiranno gli sguardi dei fotografi (da Aldo Agnelli in là) e che avrebbero ispirato i segni di un eccezionale, incantato mitografo, il pittore Pinot Gallizio – anch’egli gravitante intorno al Savona, in una città angusta che si inventava, con pulsioni assai diverse tra loro, il proprio dopoguerra. La sedicesima edizione della Fiera, scriveva Chiodi con un obiettivo ritorno alla realtà, era infatti «la prima Fiera di pace»: oltre all’afrodisiaco tartufo, nei loro anfratti le colline «custodiscono ancora oggi il segreto di tante sofferenze, di tante vittorie», attorno a cui cominciava a sorgere, in quegli stessi giorni, la letteratura faticata e senza confronti di Beppe Fenoglio.

E Fenoglio è, necessariamente, lo scrittore che del Tanaro ha fatto qualcosa di superiore: il lettore dei Ventitre giorni della città di Alba o del Partigiano Johnny sa bene come il fiume non sia, su quelle pagine, un accidente geografico o un elemento di riporto, a far da sfondo. Tutti hanno in mente come acqua, pioggia, fango diventino fenomeni, prove, figure materiali e simboliche, dentro una natura bipolare, materna, matrigna, compagna, testimone. Ma qui conviene forse evitare di tornare al Fenoglio maggiore, per dimostrare, frugando tra le sue pagine più laterali e segrete, come il fiume sia stato una presenza nevralgica, fin dall’infanzia, nel plasmare l’immaginario suo e della sua generazione. Dev’esser capitato forse ancora a un paio di successive: oggi, mediamente è per noi un accessorio, un confine che superiamo anche troppo in fretta. Per Fenoglio, che lo vedeva come una tappa di educazione e lo inquadrava coi filtri della letteratura, era «un bello e grosso fiume quale avrebbe onorato anche una città molto più importante»: così lo presenta al principio di una lunga favola interrotta, Il bambino che rubò uno scudo. E in un testo teatrale, abbastanza giovanile, lo traveste (insieme a tutto il resto) nel corso d’acqua che affianca un borgo rurale inglese – e benché lo riduca in portata, lo chiama Beam, che contiene l’idea vitale e fantastica della lucentezza, del bagliore, della proiezione; sugli argini ci mette una scuola, luogo centrale della vicenda, dove un maestro non consueto assegna un tema che chiede, allarmando qualche genitore, che cosa si faccia, da soli, in riva al fiume («nei componimenti è tutta questione di fantasia. Anche nella vita»).

Un fiume, rapinoso e iniziatico, lo troviamo persino – questa volta sotto un travestimento posticcio, ungherese, primo-ottocento – nella Storia del letterato Franz Laszlo Melas: uno dei tre racconti fantastici (tutta questione di fantasia, appunto) che intorno al 1960 non arrivarono alla stampa, rimanendo dei giochi sotterranei, vicini alla sensibilità del suo coetaneo Silvio D’Arzo, zeppi di indizi e di passioni.

D’altronde, persino una delle canzoni da Fenoglio predilette – come testimoniavano alcuni amici, in primis il maestro Ugo Cerrato – era Ol’ man river: canto della schiavitù afroamericana nelle piantagioni di cotone trapiantate a Broadway – e a Hollywood, in Show boat di Jerome Kern. Per anni lo si è confuso (niente di male) con Moon River: ma Fenoglio aveva amato precisamente questa elegia del Mississippi, il fiume di Tom Sawyer che diventa, in una mesta speranza, il biblico Giordano della libertà dal sacrificio.

Un po’ di Africa, via America, la si ritroverà anche in un piccolo valzer scritto «sul Tanaro» da un giovane Paolo Conte: nei primi anni Sessanta, quando Fenoglio purtroppo muore anzitempo, e il futuro autore di Razzmatazz è un «ragazzo-scimmia del jazz» ancora lontano dal diventare un nome imprescindibile, e a sé stante, della canzone italiana. La sua Barcarola d’Tani, riesumata e regalata sul Web, qualche anno fa, dalla rivista Astigiani di Sergio Miravalle, è un altro esempio di cosa potesse accadere quando si sapeva prestare orecchio alla voce del Beam. Ma forse ancora capita, se nel 2015 le alessandrine edizioni dell’Orso davano alle stampe, con partecipe prefazione di Piercarlo Grimaldi, un’opera poetica ambiziosa anche solo nel disegno e negli ingranaggi: In viaggio sul grande fiume, di Alberto Monza, milanese affascinato dalle terre che il Tanaro percorre in tutto il suo corso. Al punto da aver intessuto un poema in endecasillabi (a rime incatenate), spinto dall’idea del viaggio geografico, geologico e, anche lui, mitologico.

Il respiro dell’opera ci ha ricordato il progetto della vita di Carlo Prandi, il sacerdote scrittore originario di San Benedetto Belbo che per quarant’anni ha composto, con amorevole, certosina dedizione, una (o più) poesie, di stampo carducciano, per omaggiare «tutti i 95 paesi che costituiscono la vasta e varia costellazione aleramica». Nel 1957, a 87 anni, consegnò l’edizione definitiva dei suoi Canti delle Langhe: nelle cui pagine si sente in lontananza, loro confine estremo, anche il Tanaro «dalla voce sonante».

Edoardo Borra

Tanaro, tesoro da salvare

I LIBRI DEGLI AMICI DEL MUSEO EUSEBIO, DAGLI UCCELLI ALL’ALLUVIONE DEL 1994

Se di letteratura si parla, pensando al Tanaro, l’orizzonte si può ampliare con la letteratura scientifica e naturalistica. Il Tanaro è ampiamente citato, se non è l’oggetto principale, nelle pubblicazioni degli Amici del museo civico Federico Eusebio.

Giorgio Aimassi e Roberto Ghiglia nel 1999 pubblicarono Gli uccelli della valle Tanaro, bel volume in grande formato di 252 pagine (ancora disponibile a 15 euro come contributo alle spese editoriali).
Gli autori hanno indagato sulla fauna avicola, sia stanziale che di passo, presente nella valle del fiume da Farigliano sino quasi ad Asti per circa vent’anni. La massa di dati e le numerosissime fotografie costituiscono l’essenza più importante del volume: in apertura sono illustrate le caratteristiche dell’ecosistema fluviale e dell’adiacente ambiente agricolo, poi vengono analizzati i rapporti fra le varie colture agrarie e gli uccelli che le frequentano.

Completa la parte introduttiva un’analisi storico-bibliografica dedicata alle specie di uccelli presenti nell’area presa in esame. Seguono le schede degli esemplari più significativi, corredate di molte informazioni sulla specie, ma anche di osservazioni raccolte sul campo e di immagini originali. La parte finale è dedicata al fenomeno migratorio lungo la Valle Tanaro, a una approfondita discussione sul tema della conservazione e alla checklist, aggiornata al momento della pubblicazione, delle 226 specie note.

Di tutt’altro tenore, ma fondamentale per comprendere e fare memoria di un evento che segnò profondamente la storia recente del rapporto tra il fiume e i centri da esso percorsi, è Novembre 1994: l’alluvione. Le radici di una catastrofe, curato da Alessandro Marengo nel 1996. Si tratta di 191 pagine, edite insieme dal Gruppo fotografico albese e dagli Amici del museo. L’alluvione avvenuta il 5 e 6 novembre 1994 sconvolse il Piemonte meridionale, causando danni per miliardi di lire dell’epoca e purtroppo anche decine di vittime. L’avvenimento fu ricordato con una mostra; in seguito venne l’idea di selezionare il materiale per redarre il volume, nato con il duplice scopo di documentare le cause della catastrofe e quindi fare memoria.

Il libro analizza scientificamente il bacino del Tanaro sotto il profilo geologico, morfologico e idrografico; descrive i mezzi di regimazione delle acque usati nei tempi passati e indaga l’impatto dell’opera dell’uomo registrata nei trent’anni precedenti, la meteorologia oltre agli interventi di ripristino. Il volume termina con circa novanta pagine fotografiche, che riproducono 138 immagini in bianco e nero scattate da fotoamatori di nove gruppi fotografici presenti lungo il corso del Tanaro da Garessio ad Alessandria, che documentano il dramma che si consumò in quel fine settimana.

Queste pubblicazioni sono a disposizione degli interessati e i proventi vanno al mantenimento del gruppo degli Amici del museo Federico Eusebio – che è senza scopo di lucro – e allo sviluppo delle sue attività. Per reperire i volumi, occorre scrivere all’indirizzo amicieusebio@gmail.com.