Tanaro da salvare. Il grande padre talvolta ruggisce

Il Tanaro sorveglia la vita: talvolta s’infuria, gonfiandosi: altre punisce, esondando o rompendo gli argini; infine rimpicciolisce, inaridendosi fino a sembrare scomparso

«Quanto è inquinato il Tanaro, secondo la tua percezione, da 1 a 10?»: lo abbiamo chiesto attraverso un questionario a cui ha di recente risposto un centinaio di lettori. Un intervistato su quattro ha attribuito sette punti, uno su sei ha scelto un numero tra otto e dieci; solo cinque su cento hanno descritto un fiume pulito. Il Tanaro è dunque un grande malato, almeno nella percezione comune. In questo numero speciale siamo andati in cerca di elementi più scientifici. Non è stato facile: le notizie – quelle vere, che viaggiano fuori dai comunicati stampa – non sono affatto a portata di mano.

Le considerazioni delle persone – che risentono di valutazioni individuali – assumono però significato in un’epoca in cui le notizie, le campagne di sensibilizzazione e la divulgazione portano il tema ambientale sotto i riflettori. Il Tanaro è il primo elemento naturale dell’area per grandezza e preponderanza. Sebbene occupi un posto periferico nelle esistenze e nell’attenzione della maggioranza, il legame tra fiume e cittadinanza (l’acqua che beviamo e l’aria che respiriamo, ad esempio) è più diretto di quanto immaginiamo.
Oltre agli effetti chimici e biologici connessi allo stato di salute delle acque, non bisogna sottovalutare la memoria e il vissuto di ogni individuo. In qualche modo il Tanaro sembra rappresentare l’archetipo di un grande padre che sorveglia, pur in posizione marginale e defilata, la vita.

Talvolta si infuria, gonfiandosi minaccioso; altre volte punisce, esondando o rompendo gli argini; infine rimpicciolisce, inaridendosi al punto da destare preoccupazioni. È insomma un organismo vivente con un proprio carattere, che va curato e non affatto oltraggiato. Per capire come questo pilastro dell’ecosistema agisce sulla sfera emotiva e culturale, abbiamo raccolto pure molte storie.

«Da piccolo ho perso una ciabatta nel fiume a Ormea: tornando a casa immaginavo di ritrovarla ad Alba», dice un lettore. E, un’altra racconta: «All’inizio degli anni ’80 ero una bambina: con la famiglia trascorrevamo qualche domenica pomeriggio in riva al Tanaro. Papà, pescatore, ci indicava gli uccelli e il loro tuffo per prendere i pesci; ci spiegava il fondale limaccioso, le correnti e i pericoli in alcuni punti; raccontava poi l’esistenza di quell’isoletta chiamata “Sardegna”».

Tanaro, tesoro da salvare

Ma questi ricordi biografici positivi, in cui il fiume funziona da mediatore della relazione con i genitori o sguinzaglia l’immaginazione, sono in minoranza. Prevalgono infatti ricordi tristi o spaventosi. L’alluvione del 1994 ricorre in molteplici testimonianze. L’esondazione incarna così l’apice di un rapporto interrotto, di una furia imprevista: «Il mio unico ricordo è la grande alluvione, che è meglio non evocare: si piange sempre sul latte versato», assicura una persona.