Unione europea: senza memoria a rischio il futuro

Memoria e ricordi non sono la stessa cosa: non solo perché i ricordi evaporano e la memoria resta, ma anche perché i ricordi sono spesso fonte di nostalgia, se non di malinconia, mentre la memoria dura nel tempo, è generatrice di speranza e alimenta il futuro.

Queste considerazioni valgono per le nostre storie di vita, ma valgono anche per la nostra storia collettiva e, in essa, per la nostra Europa.

Sarebbe un enorme spreco, per un continente ricco di storia come il nostro, sottovalutare il patrimonio prezioso di una memoria che tutti ci portiamo dentro e che ha costruito i nostri popoli e la nostra persona, anche quando non ne abbiamo coscienza.

Noi tutti siamo il frutto di vicende plurisecolari, che si tratti di evoluzioni economiche e sociali, di creatività culturale e artistica o di vitalità delle religioni, compreso in una società laica quando non agnostica.

Qualcosa del genere accade anche per l’Unione europea di oggi: una straordinaria avventura che ha preso avvio dalla memoria delle guerre che hanno segnato per secoli questo continente, che porta dentro di sé valori e diritti cresciuti faticosamente nel tempo, che ha visto fasi di sviluppo economico che nessuno avrebbe sognato in quel primo dopoguerra, quando l’Europa era una terra di macerie, ferita a morte da dittature spietate e di conflitti armati, frutto di nazionalismi esasperati che l’hanno precipitata in tragedie come quella della Shoah, dissanguandola nei  campi di concentramento oltre che sui fronti di guerra.

La memoria di quei tempi bui contribuì a spingere nostri Paesi verso l’orizzonte di un’Europa unita nella diversità, per un futuro di progressi sociali e di consolidamento delle rinate democrazie.

Oggi quella memoria, sempre meno alimentata oggi dalle testimonianze vive delle generazioni di allora, rischia di inaridire il futuro delle generazioni che verranno, di far loro mancare il nutrimento indispensabile dell’esperienza, fatta non solo di successi, ma anche di tanti errori e di molte occasioni mancate, con il rischio di mettere in pericolo la costruzione di un’Unione solidale e democratica.

Per questo è importante tornare a raccontare la storia di questa nostra Europa, oggi in difficoltà a pesare nelle vicende di un mondo globalizzato, dove nuove potenze emergenti o vecchie potenze arroganti cercano di imporre le loro priorità, facendo correre pesanti rischi alla sopravvivenza del pianeta e alla pace.

È il caso, tra gli altri, della sottovalutazione del cambiamento climatico, dello sfruttamento incontrollato delle risorse naturali, dell’attacco ai diritti fondamentali e alla vita democratica e dell’aumento delle diseguaglianze, una miscela esplosiva per il nostro futuro.

Su questi fronti caldi l’Unione europea continua a lottare, con le armi del consenso che ottiene dai suoi cittadini e con il potere limitato delle sue Istituzioni: solo chi non ha memoria di cos’era l’Europa prima dell’Ue non vede i progressi raggiunti, nonostante gli errori fatti.

Franco Chittolina, sociologo, ha lavorato per 25 anni nelle istituzioni europee

Sarà forse anche per questo che un rapporto, recentemente reso pubblico, sulla “Felicità nel mondo” colloca l’Europa in testa alla classifica dei 52 Paesi valutati: tra i primi venti sono “felici” 13 Paesi europei, con gli Stati Uniti al 18° posto e, ohimè, l’Italia solo al 47°, tra gli ultimi dell’Unione europea.

Chissà che il nostro Paese, con più memoria della sua storia e del suo ancora grande potenziale, non potrebbe guadagnare qualche posizione in classifica e, forte della sua appartenenza a una rinnovata Unione europea, guardare con più serenità al futuro?

Le prossime elezioni del Parlamento europeo potranno essere un’occasione per scalare una classifica che non fa onore al nostro Paese.

Franco Chittolina