La nostra fragilità può diventare un punto di forza

PENSIERO PER DOMENICA – SECONDA DI PASQUA – 28 APRILE

La comunità cristiana, nata dalla fede nella risurrezione, è al centro delle letture della seconda domenica di Pasqua. È chiaramente idealizzata nel sommario degli Atti degli apostoli (5,12-16) e presentata con maggiore realismo nel vangelo di Giovanni (20,19-31), in cui Tommaso è il personaggio principale.

La fede pasquale non ha avuto vita facile. La prima comunità ha dovuto fare i conti con molteplici ferite, lente a rimarginarsi. Il vangelo della passione che è stato proclamato nella Settimana santa ce ne ha offerto un campionario impressionante: dal tradimento alla fuga, dal rinnegamento alla incapacità di condividere con il Maestro un momento di preghiera nel Getzemani, dalla delusione dei discepoli di Emmaus e all’incredulità di Tommaso. Per non parlare delle ferite sul corpo di Gesù, dello choc provocato dalla sua morte. Accettare la risurrezione di un crocifisso è stata la prova più tremenda: in questo senso, Tommaso rappresenta tutti noi, è l’ideale patrono di chi ha dubbi.

Lo stare insieme è stato principio di forza. Sul piano umano quella di non disperdersi è stata senza dubbio la scelta vincente. Se è umanamente comprensibile la testimonianza del vangelo di Giovanni, secondo cui, «la sera di quel giorno», i discepoli erano insieme, chiusi nel Cenacolo «per timore dei Giudei», fa specie leggere che «otto giorni dopo erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso». Anche Luca rileva che i credenti in Gesù «erano soliti stare insieme nel portico di Salomone»: facevano gruppo, continuando a frequentare quel tempio in cui negli ultimi tempi erano entrati in compagnia di Gesù. La vita cristiana non può prescindere da momenti comunitari.

L’evento più importante è l’incontro con il Risorto. Esso può assumere le forme più diverse. Alcune sono chiaramente eccezionali e non alla nostra portata: nessuno si sogna di avere, come l’apostolo Tommaso, l’opportunità di toccare con mano le piaghe del Signore risorto, e forse nemmeno di avere come l’autore dell’Apocalisse (1,9-19) la visione mistica del Figlio dell’uomo in veste gloriosa. Tutti siamo chiamati a credere che chi «era morto ora vive per sempre» e a proclamare, con Tommaso, «mio Signore e mio Dio». La fede nel Risorto, qualsiasi forma assuma, è in grado di cambiare in meglio, di far ripartire la nostra vita, senza nascondere le ferite. Anzi, la nostra fragilità, se accolta, può essere un punto di forza per la nostra rinascita nella fede.

Lidia e Battista Galvagno