Cosa rende credibili i cristiani e le loro guide

PENSIERO PER DOMENICA – QUINTA DI PASQUA – 19 MAGGIO

Due scenari orientano la nostra riflessione: quello “terrestre” di Paolo e Barnaba che non si risparmiano nella missione di annunciare Gesù e la sua risurrezione (At 14,21-27) e la “celeste” visione del Dio che abita con noi che chiude l’Apocalisse (21,1-5). Sullo sfondo di questi scenari c’è la vita concreta della prima comunità cristiana. E questa si evolve perché nuovi problemi spingono a cercare nuove soluzioni. Lo vediamo anche dalla successione delle letture delle domeniche di Pasqua.

Dall’amore per Gesù all’amore al prossimo. Ricordiamo che al centro del Vangelo della terza domenica di Pasqua c’era la domanda di Gesù a Pietro: «Mi ami tu?». Ma questa domanda Gesù l’ha posta in una sola occasione; ben più insistite sono le parole che ci vengono ricordate oggi: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri… Da questo sapranno che siete miei discepoli» (Gv 13,34-35). Questo è il tipo di amore che sta più a cuore a Gesù. Noi sappiamo che questo era l’amore che regnava dentro le prime comunità cristiane e che caratterizzava il loro rapporto con l’esterno, la loro credibilità; questo amore è stato la forma di annuncio decisiva, la testimonianza che ha fatto da attrazione.

Dal Buon Pastore a pastori affidabili. Nel Vangelo di domenica scorsa c’era l’immagine del Buon Pastore. Oggi vediamo Paolo e Barnaba che non si limitano ad annunciare che il Risorto è il Buon Pastore sempre presente tra noi, ma si preoccupano di scegliere per ogni comunità guide che ne svolgano la funzione. Non avendo il tempo di formare i responsabili, scelgono, all’interno delle comunità, “alcuni anziani”, persone affidabili, autorevoli. L’essenziale è che ci siano guide fidate, perché nessuna comunità può reggersi senza una guida.

Una salvezza senza confini. Sempre l’autore dell’Apocalisse, nelle scorse domeniche ci ha ricordato che tutti sono chiamati alla salvezza. Nel brano odierno, che praticamente chiude il libro, abbiamo l’annuncio di una salvezza che si estende alla nascita di cieli nuovi e di una terra nuova. Questa visione non configura soltanto un regalo da attendere, ma prospetta anche un impegno: cominciare ad asciugare un po’ di lacrime o almeno evitare di farne sgorgare altre e lottare contro la morte. Noi non abbiamo il potere di sconfiggere la morte, ma nella speranza che questo si realizzi possiamo cominciare a lottare contro quelle morti che dipendono da noi. Così la Pasqua comincia a dare i suoi frutti concreti.

Lidia e Battista Galvagno