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«Cristianesimo e islam hanno valori comuni»

L’INTERVISTA Il centro studi Piero Rossano, nell’ambito delle iniziative per ricordare il vescovo, biblista e uomo del dialogo interreligioso originario di Vezza, per domenica 16 giugno ha preparato un incontro dedicato al documento di papa Francesco e dal grande imam di Al-Ahzar, Ahmad Al-Tayyeb, sulla pace e la convivenza comune. Un testo che pone l’accento sui valori comuni di cristianesimo e islam. Tra gli ospiti attesi in sala Riolfo, alle 16, durante un pomeriggio pensato con la diocesi, Via Maestra 30 e il centro culturale San Paolo, vi sarà lo scrittore e giornalista iracheno Younis Tawfik, professore all’Università di Genova, scrittore e giornalista.

Lo scrittore Younis Tawfik.

Tawfik, perché il documento di Abu Dhabi è un punto di svolta?

«Quando ci sono momenti di grande tensione, servono uomini di buona volontà che si mettano in prima linea. Papa Francesco e il grande imam Al-Tayyeb sono uniti da grande amicizia e con questo atto formale hanno voluto evidenziare quali e quanti siano i punti di contatto tra i tre grandi monoteismi, che provengono da una fonte unica. In fondo, i valori condivisi sono i medesimi. A partire da questi è possibile costruire un progetto di pace concreto».

Quali sono questi valori?

«L’obbedienza a Dio, il rispetto della vita e della terra. Temi fondamentali per un buon cristiano come per un buon musulmano. Non credo che le religioni debbano dialogare, trovo che sia una formula non del tutto corretta: il dialogo implica una distanza che francamente non ravviso. Esistono però pregiudizi e storiche accuse che mettono zizzania. Bisogna discernere con attenzione fra coloro che operano per la pace e coloro che, al contrario, intendono speculare su vecchie incomprensioni».

La politica ha le sue colpe?

«Eccome. Fenomeni di fanatismo si osservano da una parte e dall’altra. Il terrorismo islamico è alimentato da tensioni politiche; nelle democrazie occidentali, la diffidenza verso l’Islam è assecondata per ragioni elettorali».

Quali sono, a suo giudizio, le sfide che si trova ad affrontare, sul piano dell’integrazione, la società italiana?

«L’Italia non ha un passato colonialista paragonabile a quello di altri Paesi, penso ad esempio alla Francia. Il fanatismo trova terreno fertile nelle situazioni di disagio sociale ed emarginazione. Occorre dunque evitare di creare ghetti e comunità chiuse. La scuola è l’ambito decisivo: occorre investire e riconoscere ai docenti il compito di guidare i giovani a valutare la pericolosità di slogan e stereotipi, incoraggiando un confronto basato sulla conoscenza e la scoperta delle comuni origini».

Lei ha contribuito a far conoscere la cultura araba nel nostro Paese con numerose traduzioni di opere letterarie. Qualcosa è cambiato?

«Durante la prima guerra del Golfo, mi accorsi che gli italiani conoscevano ben poco della letteratura araba. Ne avevano un’immagine romantica e distorta, basata su suggestioni inconsistenti. Scelsi di tradurre alcuni testi proprio per favorire una conoscenza più consapevole del mondo arabo, assai sfaccettato e complesso da comprendere per un occidentale. Il mio lavoro e quello di altri non sarebbe stato sufficiente. Decisivo si dimostrò il fenomeno migratorio. Si diffuse una crescente curiosità e ora le librerie ospitano un catalogo assai più fornito, che non si riduce alle novelle delle Mille e una notte».

Alessio Degiorgis