Una fede adulta non è intollerante ma liberante

PENSIERO PER DOMENICA – XIII TEMPO ORDINARIO – 30 GIUGNO

Le letture della XIII domenica del Tempo ordinario lanciano un messaggio forte e impegnativo, per adulti, nella vita e nella fede. Questo viene suggerito anche dal contesto liturgico del dopo Pentecoste e dal brano evangelico che apre la seconda parte del Vangelo di Luca: il cammino verso Gerusalemme. Proviamo a cogliere alcune caratteristiche di una vita-fede adulta.

Chiamata degli apostoli da parte di Gesù, miniatura araba del XVII secolo (Parma, biblioteca Palatina).

La fede è esigente, non intollerante. Eliseo, per seguire il profeta Elia, deve staccarsi dalla famiglia e dal clan e lo fa con il gesto eclatante del pasto di addio (1Re, 19,16-21). Nel Vangelo (Lc 9,51-62) vediamo Gesù che prima invita i suoi alla tolleranza verso la mancanza di fede dei Samaritani, poi smorza gli entusiasmi di tre persone che si offrono di seguirlo mostrando quanto sia impegnativo lavorare per il Regno. Anche Paolo, nella lettera ai Galati (5,1.13-18), mette in guardia dagli eccessi di fanatismo e di legalismo che rischiano di dividere la comunità. È un messaggio molto attuale: anche oggi c’è chi fa di tutto per dividere le comunità, chi ogni giorno trova un “nemico” da additare, magari per mascherare i propri insuccessi, senza pensare che l’intolleranza è l’anticamera della violenza. L’adulto, nella vita e nella fede, è chi non ha bisogno della violenza per esprimere le proprie idee e promuovere i propri progetti.

Seguire Gesù è liberante. Nell’apostolo Paolo è quasi un ritornello: «Cristo ci ha liberati per la libertà… Voi siete stati chiamati a libertà». La libertà evangelica mette il regno di Dio al primo posto, rendendo in questo modo secondario tutto il resto. E non si tratta di cose di poco conto, se prendiamo atto delle richieste di Gesù ai tre che si erano candidati a seguirlo: taglio col passato, distacco dalle cose, distacco dagli affetti più cari. Anche Paolo ha dovuto lottare contro quanti, dopo il Battesimo, facevano fatica a staccarsi dalla Legge giudaica, ossia dall’appartenenza al passato.

Ogni scelta implica un taglio. Non è una prerogativa della vocazione religiosa. Anche chi si sposa fa un taglio con la vita passata, un taglio con le cose, rinunciando alla sicurezza materiale della famiglia di origine e un taglio con gli affetti, abbandonando, almeno in parte, appartenenze e amicizie. Ma ci sono scelte ancora più impegnative: pensiamo ai tagli col passato, le cose e gli affetti che deve fare un migrante che abbandona il proprio villaggio in Africa o in Asia. Chi lo fa mette in gioco la sua stessa vita. Serve molto più coraggio che ad entrare in un seminario o in un convento!

Lidia e Battista Galvagno