Clima, migranti, «paure sbagliate»: la lezione ad Alba di Giobbe Covatta

L’INTERVISTA Per portare in scena il suo spettacolo 6 gradi ad Alba, sul palco dell’arena del teatro Sociale, Giobbe Covatta non poteva scegliere una serata più adatta di venerdì scorso. Mentre il comico napoletano strappava risate e momenti di riflessione con il monologo sul riscaldamento globale e su come le generazioni di domani erediteranno il pianeta, sotto le torri il termometro era ben oltre i trenta gradi. Ma 6 gradi non ha affrontato soltanto il tema dell’aumento della temperatura, ma anche il problema del super-uso della plastica e delle sue conseguenze sull’ambiente, per toccare anchela paura dello straniero e le derive populiste. Argomenti cari a Giobbe Covatta, in prima linea nel sociale, come dimostra il suo impegno decennale con l’Amref (African medical and reasarch foundation), che ha l’obiettivo di migliorare le condizioni di salute in Africa.

Giobbe, l’ambiente è uno dei temi di punta, ma non è facile unire divulgazione scientifica e satira: com’è nato 6 gradi?

«Lo spettacolo è nato quattro anni fa, quando il tema ambientale non era in voga come oggi. Ho deciso di riprenderlo, modificando alcuni aspetti. Dal momento che il mio lavoro mi dà il privilegio di parlare a migliaia di persone, perché limitarmi a fare il comico? Così ho iniziato ad affrontare temi che mi stanno molto a cuore nel modo più divertente possibile, esprimendo però il mio punto di vista senza mezzi termini. L’ho fatto con 30, ispirato ai trenta articoli che compongo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, e ho proseguito con 6 gradi. Ho notato che, se c’è alla base un tema importante, trovo una motivazione in più: sono cosciente di non poter cambiare il mondo, ma vorrei dare un piccolo esempio».

A proposito del riscaldamento globale, crede che il problema sarà presto risolto?

«Sono piuttosto pessimista, per il semplice fatto che nessuno dei 139 Paesi finora ha preso una posizione netta sul clima: siamo già terribilmente in ritardo. E non mi riferisco soltanto ai Governi, ma prima di tutto alle lobby economiche. Dal mio punto di vista, è necessaria una nuova coscienza sociale a livello universale, capace di mettere in discussione il mercato com’è oggi, senza demonizzarlo ma trovando soluzioni per l’immediato futuro».

Lei ha all’attivo diverse missioni umanitarie in Africa: che cosa la spinge ogni volta a partire?

«A settembre ripartirò per l’Uganda e ho coinvolto anche mia figlia a vivere questo tipo d’esperienza. Oltre a una componente ideologica, ho scoperto di amare molto l’Africa, il modo che le persone hanno di vivere e affrontare le difficoltà, laddove non siano insormontabili: quando torno in Italia, vedo tutto ciò che mi circonda con occhi diversi».

Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è stato monopolizzato dal caso della Sea watch: cosa ne pensa?

«Siamo invasi dalle paure sbagliate, perché non si può parlare per settimane di quarantadue persone, che escludo possano rappresentare un problema per l’Italia. Ci sono delle spinte positive, come il fatto che migliaia di persone abbiano fatto donazioni per la difesa del capitano Carola Rackete, ma anche molte esternazioni che lasciano pensare: credo che bisognerebbe aprire il dibattito pubblico. Ma, come si dice, è compito dei comici fare domande, ma non spetta a loro dare risposte».

f.p.