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La musica degli angeli che nasce nel Cuneese

A Piasco si trovano la Salvi harps e il museo dedicato all’arpa da Victor Salvi, primo arpista di Toscanini diventato grande liutaio in Piemonte

LA STORIA Nella Grecia antica la si riteneva lo strumento dell’armonia, femminile nel genere e nella straordinaria melodia. L’arpa, voce di angeli e dei, è passata attraverso i millenni – la utilizzavano già i Sumeri –, per portare intatto fino a noi il suo fascino. E proprio la madre di liuti, clavicembali, lire e persino del pianoforte, amatissima dai nobili di un tempo, ma capace di avvincere i contemporanei, ha una storia da raccontare nel Cuneese e un museo unico al mondo a due passi da Alba: si trova a Piasco, nel Saluzzese, Granda profonda.

Il museo dell’arpa è stato aperto nel 2006 da Victor Salvi, italoamericano che fu arpista della Philharmonic orchestra di New York e primo strumentista alla Nbc orchestra diretta da Arturo Toscanini. Il museo – che espone a rotazione 110 strumenti, dalle arpe africane del secondo millennio a.C. a quelle asiatiche, dalle europee con movimento manuale a quelle tedesche con movimento semplice – si trova nel sito industriale dell’ex cotonificio Wild, diventato grazie a Salvi una “fabbrica” che produce circa duemila arpe l’anno, suonate dal novanta per cento dei migliori musicisti, in prima fila quelli delle più importanti orchestre internazionali. Alla Nsm-Salvi harps lavorano poco più di un centinaio di dipendenti, persone altamente specializzate nelle varie fasi costruttive dello strumento: dalla cassa armonica alla verniciatura, alla doratura, all’accordatura. Un’arpa è infatti un prezioso gioiello, costruito, cesellato e dipinto a mano, costituito da duemila pezzi di meccanica, 130 parti in legno, 47 corde tese.

Il museo dell’arpa Victor Salvi (www.museodellarpavictorsalvi.it), visitato da scolaresche, appassionati e musicisti provenienti da tutto il pianeta, è “posato” al di sopra della Salvi harp a Piasco, un ex edificio industriale risalente al XIX secolo. Vi si accede da un’ampia scala a chiocciola, sospesa a corde in metallo che intendono richiamare le corde dell’arpa e la forma sinuosa dello strumento. La struttura è stata concepita dall’architetto Dario Castellino come una cassa armonica rivestita di legno all’interno e di metallo all’esterno, un luogo astratto, volutamente distaccato dalla realtà. Qui attende i visitatori la direttrice Roberta Scarzello, importante anima dell’iniziativa. Ilmuseo è stato promosso dalla Salvi harps, dalla Victor Salvi foundation e dalla comunità montana Valle Varaita; finanziato dall’Unione europea, dal Ministero dell’economia, dalla Regione Piemonte, dal Gal e dalla Salvi harps.

Victor Salvi – morto a Milano nel 2015, a 95 anni – a Piasco, dov’è sepolto, rivive così nel suo spazio espositivo e nella sua impresa a servizio della musica, nella quale la sua famiglia è tuttora coinvolta. Nato a Chicago nel 1920 da genitori italiani – una famiglia di musicisti – portò nel Cuneese, nel 1974, la Nuovi strumenti musicali (Nsm), fondata a Genova nel 1957. Chiusa la carriera di eccellente arpista, Salvi accarezzò infatti il sogno di diventare liutaio – anche in questo caso una tradizione – e da allora, in un crescendo continuo di ricerca della perfezione musicale, i suoi strumenti sono riusciti a solcare i maggiori teatri del mondo, dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York, dalla Fenice di Venezia al Bolshoi di Mosca. Tra i clienti più importanti di Salvi harps figura, ad esempio, il principe Carlo d’Inghilterra, per il quale l’azienda cuneese ha realizzato un’arpa Gran concerto, suonata dall’arpista ufficiale di corte anche al matrimonio del principe William con Kate Middleton nel 2011: era la giovane musicista Anne Denholm, che tenne il suo primo concerto italiano in Langa, a La Morra, il 25 novembre dello scorso anno, nell’ambito di Eccellenza incontra Eccellenza, un progetto ideato da Stefania Riboli, legato alla Salvi harps, alla Falci di Dronero e alla Cantina comunale di La Morra, a cui partecipa anche Gazzetta d’Alba.

A Piasco, di fatto, Victor Salvi trovò gli artigiani eccellenti di cui abbisognava. Qui i maestri minusieri di Saluzzo lo conquistarono con la sapienza dei loro gesti, la concretezza della lunga tradizione del legno, l’eccellenza del sapere umano unita alla cultura del lavoro. Qui il primo arpista di Toscanini iniziò a realizzare, anche grazie a una costante ricerca e a una grande attenzione costruttiva, gli strumenti che oggi producono le loro note angeliche attraverso il tocco dei più grandi musicisti.

Aldo Baudino, l’artigiano che riesce a fare rivivere anche le arpe più antiche

Il laboratorio di restauro costituisce una parte rilevante dell’attività del museo dell’arpa Victor Salvi e, oltre al ripristino conservativo delle 110 arpe esposte a rotazione, è aperto a qualsiasi istituzione o privato che intenda far rivivere un antico strumento. Nel laboratorio c’è Aldo Baudino, 67 anni, alla Salvi harpsNsmdal 1977. L’artigiano racconta di aver iniziato a costruire arpe con l’arrivo a Piasco della nuova fabbrica, poi – grazie alle sue capacità e a Victor Salvi in persona – di essersi visto aprire la possibilità di restaurare gli strumenti, a cominciare da quelli della collezione personale del musicista, oggi esposti al museo di Piasco (si veda anche la pagina accanto).

«Ero mobiliere a Saluzzo e avevo già dieci anni di esperienza quando sono venuto in prova alla Salvi harps», racconta Baudino. «Avevo sentito che cercavano artigiani e mi sono presentato. Eravamo 25 all’inizio. Victor Salvi, una persona davvero fantastica, era arrivato a Piasco da Genova, dove aveva già impiantato un’azienda. Nella sua continua ricerca del meglio, aveva saputo che nel Saluzzese era reperibile manodopera molto qualificata. Lui, che voleva costruire le arpe migliori del mondo, dal suono perfetto, trovò qui persone tenaci e capaci: intarsiatori, falegnami, doratori e scultori».

Così, ora che «il mobile di Saluzzo è finito – non ci sono più gli artigiani che tengono gli apprendisti a bottega e il mercato del barocco ha perso mordente – i giovani frequentano l’istituto d’arte e poi vengono alla Salvi harps», prosegue il restauratore.

I ragazzi imparano che per fare le arpe bisogna lavorare duro con l’acero canadese, l’abete della Val di Fiemme e il faggio del Trentino. Baudino ha la capacità di raccontare una vita di passione e competenza in poche parole, come fanno i piemontesi: «L’abete lo usava già Stradivari per la sua capacità di risonanza; l’acero va bene per fare le colonne e il faggio italiano per i rinforzi sulla tavola armonica. Per l’arpa la cassa armonica è fondamentale: per questo in Salvi si continua tuttora a fare ricerca».

Non è semplice rimettere in sesto un’arpa: si va dal restauro liutaio delle parti strutturali in legno, da pulire e consolidare, al recupero delle parti meccaniche, da smontare, ripulire, lubrificare e rimontare, per arrivare al recupero delle sculture o dei rilievi in pastiglia – un materiale simile al gesso –, molto comuni nell’Ottocento.

Un lavoro certosino, tanto che dal laboratorio di Baudino, pure se lui non si azzarda a fare nomi, passano artisti di fama internazionale e grandi collezionisti: l’artigiano di fiducia di Victor Salvi sistema di persona tutte le arpe, anche quelle in pessimo stato, che talvolta non riescono più a reggere il suono. Ma, se gli si chiede quale gli abbia dato più soddisfazione, non si scompone: «Una è diversa dall’altra, ma quelle più difficili alla fine ti rendono felice», dice, pensoso. E si capisce che sta parlando delle sue grandi passioni.

Maria Grazia Olivero