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Roberto Cerrato e Unesco: «Ora dobbiamo aprire ad Alessandria»

Vorrei che la tutela Unesco fosse considerata il filo conduttore delle iniziative portate avanti tra le diverse province: infatti dopo la fusione tra l’ente Turismo albese-braidese e quello astigiano, credo sia giunto il momento di guardare anche oltre

L’INTERVISTA Se tra le colline del basso Piemonte si vuole parlare di Unesco, c’è una persona da cui partire: Roberto Cerrato, direttore dell’Associazione per il patrimonio dei paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, oltre a essere coordinatore nazionale del tavolo tecnico di gemellaggio tra i siti Unesco italiani e cinesi.

Il 22 giugno del 2014, a Doha, c’era lui in prima fila a festeggiare l’ingresso delle nostre colline tra i luoghi riconosciuti come patrimonio dell’umanità, come cinquantesimo sito italiano e come primo paesaggio culturale vitivinicolo. Un percorso iniziato anni prima, che Cerrato ha seguito tappa dopo tappa, fino all’esito finale. Da quel momento è iniziata la fase più complessa: gestire il sito, mantenerne le caratteristiche e soprattutto far comprendere a Comuni, enti e cittadini che l’Unesco non è un logo, ma un termine ricco di significato. Una questione di essenza, in altre parole. A distanza di 5 anni, abbiamo incontrato Cerrato per tirare le somme del lavoro svolto fino a oggi e della strada da intraprendere per i prossimi anni.

Cerrato, qual è dunque il compito dell’associazione che lei dirige?

«A differenza di quanto si possa pensare, l’associazione non si occupa di promozione turistica, ma di gestione. Siamo l’ente di raccordo tra i 101 Comuni che fanno parte dei paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato, facendo in modo che non vengano meno le caratteristiche che cinque anni fa ci hanno permesso di entrare tra i siti riconosciuti dall’Unesco. Rendiamo conto del nostro lavoro al Mibact (il Ministero per i beni e le attività culturali) e al Comitato mondiale di Parigi. Oggi l’associazione riunisce 250 soci, tra enti territoriali, Comuni e consorzi: il nostro obiettivo è arrivare a 400».

Gestire un sito significa anche valorizzarlo: di quali fondi vive e quali progetti porta avanti l’associazione?

«La nostra principale risorsa è la legge 77 del 2006, che prevede l’erogazione di fondi per i siti italiani Unesco. Siamo così riusciti a sviluppare progetti di primo piano: si va dalla catalogazione delle architetture del vino ai percorsi di visita accessibili alle persone diversamente abili, dall’archivio multimediale di memorie che nel 2020 confluirà in un docufilm al gemellaggio con i terrazzamenti del riso della regione cinese dello Younnan, siglato lo scorso 22 marzo. Sono state anche realizzate pubblicazioni, allargati i partenariati con scuole e università, oltre alla collaborazione per iniziative come “Dopo l’Unesco, io agisco!”».

Guardiamo ai nostri paesaggi vitivinicoli: come siamo cambiati in cinque anni?

«Siamo maturati e stiamo capendo che la tutela Unesco è un’opportunità da cogliere al volo. In media, ha portato un incremento del 10 per cento del turismo, che sale al 20 per cento nelle aree che erano meno sviluppate. C’è una maggiore consapevolezza da parte degli operatori turistici, con lo sviluppo di attività e iniziative sostenibili legate al paesaggio. Per esempio, abbiamo siglato con Enel X un partenariato per l’installazione di una o due postazioni di ricarica per i mezzi elettrici, che verranno posizionate in 74 Comuni del sito, per un valore di 2 milioni di euro: per i paesi più piccoli il progetto sarà terminato nel 2020».

Eppure negli ultimi cinque anni l’Unesco è stato anche visto come un vincolo, soprattutto per le questioni legate all’edilizia.

«Vero, ma è una fase che oggi vedo superata, dal momento che collaboriamo in modo positivo con tutte le commissioni edilizie. Il nostro compito è conservare il paesaggio, che necessariamente anno dopo anno sarà soggetto a cambiamenti: l’importante è fare in modo che ogni mutamento rispetti l’ambiente e il suo valore culturale. Non penso all’idea di un paese da cartolina: per contro anche l’architettura contemporanea ha un ruolo importante, perché può diventare un elemento distintivo».

Che cosa vorrebbe per i prossimi cinque anni?

«Vorrei che la tutela Unesco sia sempre meno considerata come un veicolo economico, ma come il filo conduttore di iniziative portate avanti tra le diverse province: dopo la fusione tra l’ente Turismo albese e quello astigiano, credo sia giunto il momento di aprire ad Alessandria. Vorrei prezzi calmierati e negozi aperti anche nei paesi più piccoli, così come una promozione turistica che vada al di là dell’enogastronomia. Il passaggio da cinque a dieci anni sarà decisivo, perché cercheremo di stabilizzare i nostri progetti: spero che la presenza di una forte componente albese in Regione possa aiutarci».

Francesca Pinaffo