L’umiltà è ancora una virtù, come insegna Gesù?

L’umiltà, che è al centro delle letture della XXII domenica, è sempre stata merce rara: anche ai tempi di Gesù, come appare dal Vangelo (Luca 14,1.7-14). Oggi è così fortemente svalutata da apparire come atteggiamento socialmente controproducente. Essere umili, nella società dell’apparenza e nel mondo digitale, è farsi del male. Le letture bibliche aiutano a fare un po’ di chiarezza. Intanto il Vangelo, letto nella sua totalità, ci ricorda che essere umili non significa non sviluppare i propri talenti, nascondere le proprie capacità, tanto meno per quieto vivere. Il brano odierno ci dice ancora qualcosa di più.

Gesù durante il discorso della montagna: miniatura francese del XIII secolo (Parigi, biblioteca Mazarine).

Umiltà è il contrario dell’arrivismo e dell’arroganza che portano a cercare ovunque i primi posti, il centro della scena. Contro questi atteggiamenti, in particolare contro il carrierismo, papa Francesco ha pronunciato parole di fuoco, procurandosi non pochi nemici, anche dentro la Chiesa. La politica e il mondo dello spettacolo sono lo specchio in cui cogliere gli atteggiamenti stigmatizzati da Gesù. Ovunque c’è un evento pubblico, ovunque c’è un nastro da tagliare c’è una corsa alla prima fila: guai a non comparire nella foto di gruppo! Purtroppo questo atteggiamento, per quanto ridicolo, è vincente: non vincono i migliori, ma i più bravi a mettersi in mostra. Gesù ci fa riflettere su quanto sia ridicolo, oltre che pericoloso, questo atteggiamento.

Umiltà è saper vedere e valorizzare ciò che rischia di rimanere nascosto. È il senso delle parole di Gesù al capo fariseo che l’aveva invitato a pranzo: «Quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi e ciechi e sarai beato perché non hanno da ricambiarti». Certo qui Gesù fa l’elogio della gratuità. Ieri come oggi l’amore gratuito è ciò che connota i discepoli. Ma le sue parole invitano ad andare oltre: chi è umile dentro sa scorgere e portare alla luce tesori umani altrimenti condannati a restare in ombra, invisibili a chi frequenta fisicamente e mentalmente i palazzi del potere. Pensiamo alla preziosità di questo sguardo all’inizio di un nuovo anno scolastico o pastorale.

«Ai miti Dio rivela i suoi segreti»: l’aveva scoperto già il Siracide, come leggiamo nella prima lettura (3,17-29). Come si vede dall’intreccio del brano, per lui mitezza e umiltà sono praticamente sinonimi. Gesù userà lo stesso linguaggio e sarà ancora più chiaro e provocatorio: «Beati i miti perché possederanno la terra» (Matteo 5,5). Chi è umile-mite è capace di ascoltare tutti, sa ricevere da tutti: così si arricchisce interiormente. Questo atteggiamento alla lunga sarà vincente. Certo nel regno di Dio, ma potrebbe diventarlo anche nel mondo umano, costruendo relazioni fraterne all’insegna della reciprocità e della gratuità.

Lidia e Battista Galvagno