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Abituiamoci a fare il bilancio della nostra vita

PENSIERO PER DOMENICA – XXX TEMPO ORDINARIO – 27 OTTOBRE

Anche se passato un po’ di moda, l’esame di coscienza continua a essere una pratica preziosa, sia dal punto di vista umano che spirituale. Ed è una forma eccellente di preghiera legata alla vita. Nelle letture della domenica incontriamo tre personaggi, che impersonano tre diversi modi di fare il bilancio della propria vita davanti a Dio: un fariseo, un pubblicano – protagonisti di una parabola raccontata da Gesù (Lc 18,9-14) – e Paolo, ispiratore della seconda lettera a Timoteo (4,6-8.16-18).

Il fariseo rappresenta il perfetto giudeo, integerrimo nella sua condotta, che nella preghiera non si prostra, ma sta diritto davanti a Dio, quasi faccia a faccia con lui. Sappiamo, anche grazie agli strali polemici di Gesù e di Paolo, che questo era l’ideale del giudaismo estremo, una religione di “auto-salvezza”, secondo cui l’uomo si conquista la salvezza da solo, rispettando i 613 comandamenti! È l’atteggiamento che rivive oggi in quanti si considerano amici di Dio, giusti moralmente e spiritualmente, fino quasi a vantare una sorta di “credito” davanti a Dio: «Lui mi deve qualcosa!».

Il pubblicano può fidarsi solo di Dio. È spregevole per l’opinione pubblica comune, perché funzionario statale, peggio ancora esattore di tasse, a servizio del nemico occupante. Quando si presenta davanti a Dio, nella preghiera, può soltanto riconoscere la sua miseria, ammettere le sue colpe e chiedere perdono. Dio ascolta la sua domanda di perdono, perché, come ammoniva già il Siracide, «ascolta proprio la preghiera dell’oppresso. La preghiera dell’umile penetra le nubi, finché non sia arrivata non si contenta» (Sir 35,12.17). Ricordiamo sempre l’esempio sommo di ascolto della preghiera del povero: il perdono accordato da Gesù al ladrone in croce.

Il bilancio di Paolo è il bilancio di un uomo che ha vissuto intensamente la propria vita, un martire, che attende la fine, in prigione. Riconosce di aver «combattuto la buona battaglia», quindi non nasconde il bene fatto nel corso della sua vita. Ringrazia di aver «conservato la fede» e tiene viva la speranza della «corona di giustizia che il Signore, giusto giudice consegnerà in quel giorno… anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione». Ringraziare Dio per il bene che siamo riusciti a fare nella vita, se il bilancio è onesto, non è orgoglio, ma gratitudine.

Lidia e Battista Galvagno