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Agricoltura: le aziende sono gestite da uomini

I DATI IRES In un mondo piramidale dove il linguaggio principale è la grammatica del potere, la classe imprenditoriale ricopre sovente i vertici della classifica. Condurre un’azienda significa detenere potere decisionale e sovente economico.

Secondo l’istituto di ricerca Ires Piemonte, in regione le donne titolari di aziende agricole rappresentano il 27,9 per cento del totale. Meno di un terzo, mentre gli altri due terzi abbondanti vedono gli uomini in posizioni di comando. A Cuneo il numero di titolari femmine è pari a 5.473, contro un ammontare di maschi pari a 13.972: quindi la percentuale di aziende gestite da donne è pari al 29,7 per cento. Una disparità importante caratterizza dunque la Granda e il contesto si aggrava se osserviamo come in Italia la stessa percentuale risulti pari al 31,6 per cento.

Nel campo degli agriturismi la bilancia sembra più equa, ma lontana dalla parità: in provincia esistono 120 donne titolari contro 191 maschi (pari al 38,6 per cento). Nel complesso emerge un mondo sbilanciato, in cui i gruppi dominanti tendono a proteggere la propria nicchia di potere.

Spiega Stefania Tron, ricercatrice di Ires Piemonte: «Le aziende condotte da donne sembrano essere più orientate verso la diversificazione e la multifunzionalità: il ruolo della donna cresce di importanza nelle imprese dove all’attività agricola tradizionale si associano altri servizi, come ad esempio avviene negli agriturismi, nelle fattorie didattiche o più semplicemente nelle aziende che praticano la vendita diretta. I dati sugli agriturismi in Piemonte confermano questa tendenza: il 39 per cento è condotto da donne, con alcuni picchi nelle province del Verbano-Cusio-Ossola e di Torino, dove si sale al 45 per cento».

Spostando l’attenzione dai titolari di aziende agricole ai lavoratori dipendenti, gli ultimi dati Inps rivelano come in Piemonte nel 2017 le donne lavoratrici in agricoltura fossero il 26,1 per cento del totale. Questo numero è inferiore alla media nazionale, pari al 33,5. La ricercatrice Tron: «Anche in questo caso è la componente settoriale a fare la differenza, poiché in alcuni comparti molto diffusi nelle regioni meridionali, come l’olivicoltura e la frutticoltura, la presenza di manodopera femminile è notevolmente maggiore rispetto, ad esempio, all’allevamento bovino e suino, più diffusi nelle regioni settentrionali».

Roberto Aria

Valentina Massa: «Così tentiamo di salvare l’ambiente»

RIDURRE I RIFIUTI  I teorici del cambiamento radicale sostengono una tesi: l’economia circolare non risolve il problema ecologico, perché mantiene gli stessi obiettivi di produzione e profitto del sistema odierno, una sorta di versione green della corsa all’utile di matrice capitalista. Eppure, alcuni credono che l’economia circolare rappresenti una reale soluzione all’impasse climatica. La storia di Dalma mangimi di Marene ne è un esempio.

Valentina Massa

Nel 1980 Marina Dalmasso e Bruno Massa ebbero un’idea: valorizzare i ritagli di lavorazione e i prodotti non perfetti dell’industria dolciaria per ricavarne mangimi destinati agli animali. Oggi è Valentina Massa a proseguire il progetto. L’azienda opera secondo i principi dell’economia circolare: i mangimi dopo il ciclo produttivo raggiungono tutto il territorio nazionale, i grandi mangimifici e gli allevamenti di animali.

Secondo i proprietari, oltre all’ambiente questi nutrienti fanno bene agli animali cui sono destinati perché sono composti da ingredienti selezionati per l’alimentazione umana, più sicuri rispetto al rischio di contaminazione e con standard nutrizionali più elevati: lipidi di elevata qualità, amidi più digeribili perché cotti, zuccheri ad alto valore energetico. L’azienda ha 52 dipendenti e un fatturato di circa 19 milioni, ed è appena entrata a far parte di una grande piattaforma internazionale finanziaria guidata da Intesa San Paolo.

Spiega Massa: «La Dalma contribuisce alla riduzione dello spreco alimentare e a un risparmio annuo in termini di utilizzo di suolo di circa 10.485 ettari (pari circa a 14.978 campi da calcio): l’uso dei suoi mangimi complementari permette una riduzione di impiego di cereali, la cui produzione necessita di suolo e acqua, fertilizzanti e carburante. Facciamo economia circolare da molto prima che Ellen McArthur ne definisse il concetto. Un atteggiamento fondamentale oggi più che mai, perché l’Italia e l’Europa sono scarse di risorse e non sanno più come gestire il volume sempre crescente di rifiuti».

r.a.

Solo il 17% dei terreni agricoli è a conduzione femminile

Abbiamo sentito Stefano Cavaletto, uno dei ricercatori di Ires Piemonte.

Le imprese femminili sono distribuite in maniera omogenea dal punto di vista geografico?

«A una prima lettura emerge una maggiore rappresentanza della componente femminile nelle province più montane e collinari. Si conferma una forte correlazione tra la presenza femminile e la “ruralità” dell’area, con un tasso inferiore nelle aree intensive (Comuni di pianura) e una presenza sempre crescente nelle aree intermedie e nelle aree con problemi di sviluppo (Comuni di media e alta montagna). Nelle province di Novara e Vercelli, così come nelle aree pianeggianti delle province di Cuneo e Torino, si trovano aziende di maggiori dimensioni e dedite a colture più intensive come, ad esempio, le aziende cerealicole e risicole o le aziende zootecniche bovine e suine di pianura, in cui da sempre la componente femminile è più ridotta».

Quali tipologie aziendali sono condotte da donne?

«In Piemonte la categoria delle aziende specializzate in colture permanenti (soprattutto vite e frutta) è quella numericamente più grande con 4.691 aziende aventi un titolare donna. Queste aziende sono concentrate perlopiù nelle aree collinari del Monferrato, delle Langhe e nella fascia premontana delle province di Cuneo e Torino. Si può, inoltre, riscontrare una percentuale molto superiore alla media nelle aziende con policoltura (solitamente aziende piccole con coltivazioni miste). Di particolare interesse è il caso delle aziende specializzate in erbivori (23 per cento) al cui interno vi è una netta differenza tra le aziende di ovicaprini (47 per cento) e di bovini (15 per cento)».

Quali i numeri sul fronte dei terreni posseduti da ciascuna azienda? Esiste una parità di genere su questo fronte?

«Il rapporto inverso tra la dimensione dell’azienda e la presenza di un titolare d’azienda donna viene confermato analizzando i dati della Sau (superficie agricola utilizzata), da cui si evince che la percentuale totale dei terreni delle aziende condotte da donne sia molto bassa: meno del 17 per cento».

r.a.