Dio non ci vuole terrorizzati ma seri collaboratori

PENSIERO PER DOMENICA – XXXIII TEMPO ORDINARIO – 17 NOVEMBRE

Nella Scrittura si parla anche della fine del mondo, un tema che attraversa tutte le religioni e la storia dell’umanità. Ma se ne parla in modo diverso: non giocando sulla paura per fare proseliti, come fanno anche oggi talune sette, ma traendone indicazioni per vivere il presente.

La costruzione del tempio di Gerusalemme, da un codice miniato da Jean Fouquet, XV secolo.

Guardare alla fine per giudicare il presente è tipico della tradizione profetica. Nel contesto di una tradizione religiosa che tende a guardare alle glorie del passato e alle antiche promesse, per nascondere i disastri e le ingiustizie del presente, i profeti guardano avanti e mettono il dito sulle piaghe. Così ha fatto il primo profeta, Amos; così fa l’ultimo dei profeti minori, Malachia: «Sta per venire il giorno rovente come un forno. Allora tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia saranno come paglia» (3,19). Alla fine le sorti saranno ribaltate: i superbi e gli ingiusti saranno sconfitti e per i giusti sorgerà «il sole di giustizia».

Anche Gesù viene coinvolto in questo discorso da un’osservazione dei suoi discepoli, pieni di ammirazione per il tempio di Gerusalemme. Sappiamo che il tempio, centro del culto e luogo-simbolo, era una meraviglia. Secondo la descrizione di Giuseppe Flavio «era ricoperto di piastre d’oro e fin dal primo sorgere del sole era tutto un riflesso di bagliori, che faceva abbassare lo sguardo… dove non era ricoperto d’oro era bianchissimo»: ai pellegrini che salivano a Gerusalemme appariva come coperto di neve. La profezia di Gesù è tremenda (e probabilmente si era già compiuta al momento della stesura del testo!): «Non sarà lasciata pietra su pietra» (Lc 21,6). La reazione dei suoi ascoltatori però è infantile e si concentra sul “quando” questo avverrà.

Gesù consegna un messaggio di ottimismo. Non vuole terrorizzare ma scuotere le coscienze. Certo non ignora la problematicità della storia: guerre, terremoti, carestie, pestilenze… e, come se non bastasse, persecuzioni e guerre di religione. Ma questi sono i meandri della storia, dove il tempo sembra tornare indietro. Bisogna guardare oltre e il modo corretto per farlo può essere sintetizzato in due parole: perseveranza e lavoro. La perseveranza – la parola con cui si chiude il Vangelo di questa domenica – è guardare e camminare avanti, cercando di prevenire i disastri che dipendono da noi. La forte ingiunzione di Paolo a lavorare («Chi non vuole lavorare, neppure mangi» 2Ts 3,10) non è una ricetta alienante, ma un invito alla concretezza: per risolvere i problemi Dio chiede la nostra collaborazione.

Lidia e Battista Galvagno