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Il Dolcetto viene meglio se supera quota 400 metri

ANALISI Dopo qualche spiraglio di ottimismo, ultimamente sembra tornata di attualità la crisi del Dolcetto. Un vino, questo, magari suddiviso in tante denominazioni, magari poco considerato dai mercati esteri, forse difficile da comunicare per via del suo nome, ma che nella tradizione delle nostre colline e della nostra gente vanta un forte radicamento.

Qualcosa non torna nel calcolo delle opportunità che questo vino avrebbe per tornare di attualità. I presupposti sembrano significativi, ma poi, alla minima contrarietà, tutto viene rimesso in discussione. Debbono aver pensato questo nei mesi scorsi alla Vignaioli piemontesi, quando hanno deciso di avanzare una proposta che ha un po’ il sapore della provocazione, di individuare per questo vitigno e i suoi vini una strada di successo più costante e sicuro. La proposta avrà diverse occasioni di confronto, ma il primo momento di ufficialità è un seminario intitolato “Il Dolcetto in alta Langa” programmato per la mattinata di domenica 17 novembre ad Albaretto della Torre, nell’ambito della Fera dji plandrun.

Al di là del convegno di Albaretto – sul quale torneremo nei prossimi numeri – è opportuno qualche ragionamento sul tema di fondo, ovvero sull’opportunità di orientare la coltivazione di questo vitigno su quote collinari più alte. Già le attitudini del vitigno, con la predilezione per le colline e le terre bianche e gli ambienti non troppo caldi, potrebbero giustificare una proposta di questo tipo. Se non altro, perché – anche per il cambiamento climatico e l’incremento delle temperature – in questi ambienti si potrebbero ottenere vini con un maggior equilibrio acido-alcolico, a vantaggio della loro gradevolezza, del loro incontro efficace con la cucina e della loro longevità.

Non per nulla, se ci si fa caso, da sempre in Langa i paesi che hanno acquisito un’immagine di vino Dolcetto più gradevole sono collocati in altitudine, oltre la quota di 400 metri che potrebbe essere la discriminante per classificare questi vini di alta collina o meno. I nomi dei paesi sono noti: Mango (520 metri), Treiso (410 metri ma con una parte significativa del territorio a quote più elevate), Monforte (480 metri), Diano (496 metri), Montelupo Albese (564 metri), Castino (540 metri), Albaretto della Torre (672 metri), Farigliano, la zona di Moncucco (550 metri).

Ma non basta giustificare la proposta con i riferimenti che giungono dal passato. Bisogna anche progettare il futuro attraverso scelte chiare e coraggiose. Negli ultimi decenni, ci si è cullati nella convinzione che dappertutto si potesse produrre di tutto, quando non è così. I viticoltori di Barbaresco non dovrebbero mai smettere di ringraziare la memoria del loro sindaco, Giovanni Gaja, che, a metà anni Sessanta, ebbe il coraggio di non inserire il suo paese nella zona di origine del Moscato. Allora e negli anni immediatamente successivi tale rinuncia a qualcuno è parsa anche un peccato. Ma, oggi, alla luce delle reali caratteristiche dell’ambiente viticolo di Barbaresco e delle esigenze colturali del Moscato, la scelta del sindaco Gaja appare più che condivisibile.

Moscato e Dolcetto, dal punto di vista ambientale, hanno attitudini simili. E allora perché, se si può rinunciare al Moscato, non si potrebbe rinunciare al Dolcetto, lavorando perché questa varietà si sviluppi soprattutto a quote collinari più elevate? È ovvio, non si può impedire a qualcuno – anche alla luce dei disciplinari dei vini Doc e Docg legati a questo vitigno che sono dei diritti acquisiti – di continuare a coltivare il Dolcetto a quote più basse. Si potrebbe, invece, promuovere una strategia di segmentazione vocazionale del territorio vitato, favorendo l’insediamento del Dolcetto a quote altimetriche maggiori. Il dibattito è aperto. Ragionarci in modo sereno può aiutare a trovare le soluzioni più adeguate.

Giancarlo Montaldo