Un libro per non dimenticare

IL LIBRO Alle ore 16:37 del 12 dicembre 1969, un ordigno da 7 kg di tritolo esplode in una filiale della Banca nazionale dell’Agricoltura nel cuore di Milano. Tutti la ricordano come la strage di Piazza Fontana, 18 morti e 88 feriti, sarà il primo di una serie di attentati: sono iniziati gli “anni di piombo”. Oggi, 12 dicembre 2019, sono 50 anni esatti da quella tragedia, molte cose sono cambiate da quel ’69, ma ricordare è importante per non ricadere nel baratro dell’odio e della violenza che ha fregiato il nostro bel Paese in quegli anni bui. Carlo Arnoldi, presidente dell’Associazione vittime di Pazza Fontana dice: «Se non siamo arrivati a un colpo di stato, dobbiamo ringraziare i trecentomila milanesi che nel giorno dei funerali delle vittime si sono radunati in Duomo, senza striscioni, né bandiere. Il silenzio era tale che ricordo ancora il rumore dei miei passi sul selciato, mentre seguivo la bara di mio padre. Quel giorno gli italiani hanno detto:“No, da qui non si passa”».

Vogliamo ricordare quegli eventi con il libro “Un’azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione” di Angelo Picariello edito da San Paolo. L’autore lavora per Avvenire come redattore parlamentare e segue l’informazione dal Quirinale; collabora anche con la sezione culturale, per la quale segue soprattutto i temi della storiografia politica e le vicende della riconciliazione dopo gli anni di piombo. Il libro è frutto di una ricerca curata dall’Istituto di studi politici San Pio V di Roma.

Angelo Picarello
“Un’azalea in via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terroristi, vittime, riscatto e riconciliazione”
Edizioni San Paolo
pagg. 352
euro 25,00

«Milano è la città dove tutto è iniziato. La città delle prime occupazioni, che anticiparono il Sessantotto, e dell’autunno caldo, che ad esso fece seguito. La città della morte del povero agente Antonio Annarumma e di Piazza Fontana, di Pinelli e di Calabresi», scrive Picariello. Giorgio Bocca, nel 1978, parlava delle radici catto-comuniste del terrorismo addossandone la colpa alle “due Chiese”, come le chiamava lui – quella cattolica e quella comunista –, che educando al massimalismo avrebbero creato le premesse per la lotta armata. L’autore ha raccolto questa provocazione e ha svolto una lunga e accurata indagine per raccontare la complessità di quegli anni, che videro nascere in parallelo associazioni e movimenti cattolici e organizzazioni eversive, attraverso scenari inediti ai quali la cronaca e la storiografia non hanno prestato, a oggi, la dovuta attenzione.

Il libro è diviso in capitoli che vivono ognuno di vita propria: la vicenda di piazza Fontana – che accelera la deriva violenta di una generazione – e la morte del commissario Calabresi, l’azione di Prima Linea, la storia completa delle Brigate Rosse (con il racconto di Franco Bonisoli e Alberto Franceschini) e le dinamiche proprie del terrorismo di destra. Contiene il racconto delle antiche radici comuni fra movimenti cattolici e futuri brigatisti a Milano, al quartiere romano di Centocelle, a Reggio Emilia, e la scoperta della fede per molti di loro, una volta usciti dal carcere, o all’impegno nel volontariato. Guardando al caso Moro, in parallelo ai sequestri Dozier e Cirillo, restano aperti tutti gli interrogativi sulle circostanze che ne impedirono la liberazione.

Il filo conduttore viene fornito proprio dall’insegnamento di Aldo Moro e ci dice che la sconfitta della lotta armata – e l’antidoto perché non riaccada – è nella corretta attuazione dei valori della Costituzione più che nelle leggi speciali, nel perdono delle vittime più che nel desiderio di vendetta, nella carità “spiazzante” più che nella repressione, nella ricerca della verità che porti a una memoria condivisa più che in nuove contrapposizioni ideologiche.

«Per Picariello la parola terrorismo non spiega tutto», come scrive nella prefazione Agostino Giovagnoli, «Negli anni Settanta c’era un clima ideologico diffuso, peraltro con grandi diversità tra le varianti di destra e di sinistra. C’erano diverse organizzazioni terroristiche più o meno importanti, di cui le Brigate Rosse sono state la più nota. C’erano trame internazionali e deviazioni istituzionali. Ma, soprattutto, c’erano i terroristi. Perché, al di là di molte spiegazioni oggettive, il terrorismo è stata una scelta personale di tanti uomini e donne che hanno creduto di trovarvi una risposta autentica alle domande della loro vita».

Questo libro ci parla di molte persone diverse, ognuna con la sua storia, le sue speranze, i suoi errori e con responsabilità pesantissime, che hanno segnato per sempre la loro esistenza. L’autore non esprime giudizi, né politici né ideologici e nemmeno morali. Nessuno viene riabilitato, anzi Picariello ricorda come si sia trattato di una guerra da cui nessuno poteva uscire vincitore e di cui sono sopravvissuti solo reduci segnati per sempre.

Angelo Picariello compie un percorso sul terrorismo a partire dalla strage di Pazza Fontana, preferendo dare spazio, con molto rispetto, ai percorsi personali molto difficili e soprattutto allo stupore per squarci di umanità che emergono anche nelle situazioni più inattese. Errori, responsabilità, pentimento, riscatto e riconciliazione, tutto per non dimenticare il nostro passato.

c.w.