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Chi sono i diaconi al servizio delle comunità parrocchiali

DIACONATO  Quest’anno la Chiesa albese celebra il 20° anniversario dell’inizio della formazione al diaconato permanente in diocesi con tre iniziative: il primo appuntamento sarà presso il Seminario martedì 21 gennaio, alle ore 9, sul tema “Diaconia della carità”, tenuto da don Claudio Baima Rughet, delegato arcivescovile di Torino per il diaconato permanente; il secondo incontro sarà ad Altavilla martedì 28 aprile, alle ore 21, sul tema “Il diaconato in una Chiesa sinodale” con la professoressa Serena Noceti, docente alla Facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze; l’ultimo appuntamento sarà domenica 3 maggio in occasione della 57ª Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, nella cattedrale di Alba, per la celebrazione dell’Eucaristia presieduta da monsignor Marco Brunetti.

I diaconi della diocesi albese con monsignor Marco Brunetti

Come ricorda il Libro sinodale, il diaconato permanente è una vera e propria vocazione ed è il primo grado del sacramento dell’Ordine che pone l’uomo battezzato e cresimato, nella capacità di rivelare il volto del Dio amore e di donare Gesù, come colui che serve. Per questo, il diacono, a differenza del laico, non agisce come persona privata, ma pubblica, a nome della Chiesa, invitando tutti a servire.
Colui che sente una chiamata al diaconato deve essere verace, leale, rispettoso, giudizioso, fedele alla parola data, avere compassione, coerenza, equilibrio di giudizio, di comportamento e capacità di relazione con gli altri. Sia nel diacono celibe, sia in quello sposato, è la prospettiva del dono di sé per amore che educa a un servizio gratuito.

Il ministero diaconale può essere svolto in diversi modi: diaconia trasversale come servizio che riguarda tutta la diocesi; diacono coordinatore di diversi ministeri svolti nella parrocchia e diacono animatore di comunità pre-eucaristiche, il quale esprime un servizio di evangelizzazione, di catechesi, di attenzione ai diversi aspetti della pastorale nelle frazioni o nei quartieri per preparare la comunità all’Eucaristia.
La formazione per gli aspiranti al diaconato permanente comprende diversi incontri mensili in Seminario finalizzati alla formazione umana; la formazione teologica è assicurata dall’Issr (Istituto superiore scienze religiose) di Fossano; la formazione spirituale è caratterizzata da ritiri periodici e dalla direzione spirituale di ogni aspirante; il servizio pastorale nella propria parrocchia e la formazione liturgica sono affidati all’Ufficio liturgico diocesano. Come ha ricordato papa Francesco ai diaconi permanenti durante la sua visita a Milano: «Il diacono è il custode del servizio nella Chiesa: il servizio alla Parola, il servizio all’altare, il servizio ai poveri. E la missione del diacono, e il suo contributo consistono in questo: nel ricordare a tutti noi che la fede possiede un’essenziale dimensione di servizio: il servizio a Dio e ai fratelli».

Ringraziamo quanti con generosità hanno già risposto alla chiamata prestando il loro servizio alla nostra diocesi e preghiamo affinché molti altri accolgano in futuro l’invito per questo importante ministero ecclesiale.

c.w.

Alberto: non sapevo se ce l’avrei fatta

Alberto Adriano ha 62 anni, ha trascorso i primi anni di vita a Magliano Alfieri e oggi abita ad Alba con la sua famiglia. Il tempo odierno sembra caratterizzato principalmente da una perdita di legame con la dimensione dell’invisibile, di “ciò che non si vede ma c’è”.

Cosa significa per lei avere fede, Alberto?

«Il concetto di fede è per me connesso al concetto di Altro e di “dono”. Solo incontrando davvero l’Altro e grazie alla capacità di “dare” possiamo comprendere questo sentimento profondo e non spiegabile con le parole. Il movimento di incontro autentico si declina anche in un diverso rapporto con se stessi, in particolare nei momenti di difficoltà. Pensiamo alla malattia: la fede diventa un modo per superare la criticità, per mantenere la speranza che la sofferenza ha un termine e un “oltre”. Un ragionamento applicabile anche alla morte, che grazie alla fede non diventa una fine».

È stato facile applicare questi concetti alla sua vita?

«Sono sposato e ho tre figli. Quando sette anni fa il vescovo mi chiese di diventare diacono, non nascondo di aver provato vari dubbi e tentennamenti. Volevo che nella mia vita fosse la famiglia ad avere priorità: non sapevo se ce l’avrei fatta a ricoprire il nuovo ruolo. Poi ho deciso di avere fede e seguire questa strada. La vita di tutti i giorni non è semplice, i problemi legati alla condizione umana ci pongono di fronte a molti ostacoli. L’esercizio consiste nel mantenere la fede e la speranza, nel coltivarle, soprattutto stando vicino agli ultimi e alle persone che soffrono».

r.a.

Giovanni Battista: nella casa-famiglia di Narzole posso stare vicino ai più deboli. È in loro che vedo il Signore

Parliamo con Giovanni Battista (Giona) Cravanzola.

Qual è stato il percorso personale che l’ha portata a essere ordinato diacono permanente?

«Sono nato a Fossano il 25 ottobre del 1964. Sono sposato dal 1992 con Monica Giorgis. Dal 2002 viviamo a Narzole nella casa-famiglia Santa Chiara della comunità Papa Giovanni XXIII. La casa rappresenta il luogo fisico dove nella vita condivisa con i poveri e i deboli ho maturato e sentito la chiamata al sacramento dell’Ordine, nello specifico grado del diaconato permanente. Dieci anni fa ricevetti questo dono: poter continuare a servire il Signore incarnato in modo preferenziale nei piccoli e deboli che abitano le nostre terre. Le loro lacrime, le ingiustizie che vivono, i soprusi e le grida hanno scosso la mia opulenza e coscienza».

A proposito di marginalità e di chi viene schiacciato dai meccanismi di potere, da un sistema iniquo: cosa può insegnare la fede su questo fronte?

«Ho scoperto ancora una volta che chi non conta nulla, chi viene messo al fondo della fila può essermi maestro e darmi la possibilità di essere contento di questa vita. Don Oreste Benzi, fondatore della comunità Papa Giovanni, amava ricordarci che “solo chi sta in ginocchio può stare in piedi”. Come il nostro piccolo Joel di 5 anni, che vive da tre con noi, nato sordo e cieco, quasi considerato un inciampo. Oggi dopo diversi interventi chirurgici vede, sente con ausili acustici, con fatica cammina perché ha trovato un “cuore in cui poter abitare” e crescere. In qualche modo, è così anche per la nostra debole fede: non ci vediamo molto bene, a volte neanche sentiamo e camminiamo a stento. Ma, come Joel sa che, dando la mano a chi lo ama, le cose possono cambiare e migliorare, così faccio e facciamo tutti noi esperienza nel fidarci e nel dare la mano all’unico che mantiene davvero le promesse: cioè il Signore».

Roberto Aria

Edoardo: una scelta definitiva che impegna tutta la vita

Edoardo Marengo è sposato con Serena. Il loro figlio si chiama Gioele. Direttore dell’Ufficio catechistico, Edoardo ha conseguito la licenza in teologia con specializzazione liturgico-pastorale a Padova. È docente di religione nel liceo linguistico e delle scienze umane Da Vinci di Alba, ed è impegnato da anni nella riflessione teologica sulla musica liturgica.

Che cosa ha significato per lei diventare diacono?

«Il diaconato permanente è stato ripreso e rilanciato nella pratica solo dal concilio Vaticano II. È per questo che il senso del ruolo non è qualcosa di “già definito”, ma un percorso che coinvolge la comunità cristiana intera nella sua vocazione al servizio. Il diaconato ricorda che il senso dell’impegno ecclesiale è quello del servizio e lo ricorda attraverso una scelta impegnativa, perché definitiva, in un mondo in cui le scelte definitive sono lontane dal sentire comune».

Se dovesse spiegare in breve qual è il suo ruolo nella comunità?

«Il diaconato dovrebbe essere un ministero facilitatore del dialogo all’interno del popolo di Dio. Un ministero che riguarda tutti gli uomini cattolici sposati e celibi che intendano offrire la testimonianza di un impegno stabile nella Chiesa nel mondo. Occorre un maggiore impegno nella formazione umana e spirituale dei diaconi e una maggiore fiducia in questa figura, sovente associata a una rappresentazione vecchia di Chiesa ottocentesca e tridentina. Manca una riflessione teologica seria e condivisa sulla Chiesa come vero popolo di Dio, e di conseguenza sulla figura del diacono permanente come espressione della comunità cristiana nella sua interezza e maturità».

r.a.