Falso vino Doc nel Pavese, arrestate cinque persone

PAVIA «È doloroso constatare che a distanza di pochi anni dalla precedente indagine sui falsi vini Doc nell’Oltrepò Pavese, che aveva coinvolto circa 200 persone, quella lezione non sia servita». È l’amaro commento con cui Giorgio Reposo, procuratore capo di Pavia, ha presentato l’esito dell’operazione Dioniso, che ha portato all’arresto di 5 persone e all’emissione di 2 obblighi di firma.

Nel mirino degli inquirenti è finita una cantina sociale che per produrre falso vino con marchio Doc, Igt o Bio, non esitavano a miscelarlo con acqua, zucchero (per aumentare la gradazione alcolica) e anidride carbonica (per renderlo più effervescente). Gli indagati sono accusati di associazione a delinquere finalizzata alla frode in commercio e alla contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine di prodotti agroalimentari nonché all’utilizzo e all’emissione di fatture false che servivano a giustificare quantitativi di vini pregiati non presenti in magazzino e sostituiti dal produttore con vini di qualità inferiore, alterati e destinati alla vendita come vini di tipologie tipiche dell’Oltrepò Pavese.

Sono state eseguite anche 28 perquisizioni in cantine e aziende vinicole di Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Trentino Alto Adige. Dall’inchiesta, avviata nel settembre del 2018, erano emersi consistenti ammanchi di cantina: la quantità di vino riportata nei registri era molto maggiore rispetto al prodotto effettivamente presente nelle cisterne. «L’ammanco, risultato pari a circa 1.200.000 litri – sottolinea un comunicato congiunto di Procura, Carabinieri e Guardia di finanza – ha determinato per il produttore una ulteriore possibilità di vendita di vino contraffatto per un valore economico di svariati milioni di euro. L’ammanco è stato dolosamente creato falsificando le rese dell’uva per ettaro, mediante bolle di consegna relative a uve mai conferite da agricoltori compiacenti».

Per il ministro delle Politiche agricole Teresa Bellanova «l’operazione conferma quanto il nostro sistema dei controlli sia efficiente e testimonia l’enorme attenzione che l’Italia pone nel tutelare le proprie produzioni di qualità».

«È una vicenda che rischia di avere conseguenze molto gravi – sottolinea Stefano Greppi, presidente di Coldiretti Pavia – e che va a colpire un comparto fondamentale per il nostro sistema agroalimentare».

Subito chiarezza sulla frode con il falso vino Doc

L’indagine lambisce anche l’Astigiano e mette in allarme la Coldiretti provinciale. «Episodi come questo mettono a rischio l’intero settore enologico, anche dell’Astigiano, e quindi occorre fare chiarezza al più presto», esprime tutta la sua delusione il presidente di Coldiretti Asti, Marco Reggio.

«Dobbiamo ringraziare le forze dell’ordine per aver individuato questa organizzazione», rileva Diego Furia, direttore di Coldiretti Asti. «Si tratta di un atto di giustizia nei confronti di un settore economicamente molto rilevante che per quanto ci riguarda coinvolge 1.500 aziende agricole viticole, di cui oltre 500 cantine, nostre associate in provincia di Asti. Chi non sta alle regole non solo inganna il consumatore ma arreca un danno anche a tutti gli altri operatori del settore».

«Noi, da diverso tempo denunciamo il basso valore di taluni prodotti rispetto al lavoro che sta dietro a una bottiglia di vino; non sempre i prezzi “civetta” sarebbero giustificabili», aggiunge Reggio. «Occorre insistere sulla strada della “tolleranza zero” nei confronti di episodi che causano un danno economico e di immagine gravissimo anche all’estero. Non dimentichiamo come la nostra regione sia l’unica ad aver intrapreso da venticinque anni la strada dell’alta qualità dei vini, rinunciando ai cosiddetti vini da tavola e addirittura alle indicazioni geografiche per puntare tutto sulle denominazioni di origine controllata Doc e Docg».

«Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto – sottolinea Furia – confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie ancora larghe della legislazione con la riforma dei reati in materia agroalimentare poiché l’innovazione tecnologica e i nuovi sistemi di produzione e distribuzione globali rendono ancora più pericolosa la criminalità nell’agroalimentare che per questo va perseguita con la revisione delle leggi sui reati alimentari elaborata da Giancarlo Caselli nell’ambito dell’Osservatorio agromafie promosso da Coldiretti per introdurre nuovi sistemi di indagine e un aggiornamento delle norme penali».

Secondo Coldiretti, anche le leggi, i regolamenti e le informazioni ai consumatori legati alle denominazioni dovrebbero essere più chiari, stringenti, e non lasciare adito a interpretazioni al limite del buon senso. «Noi siamo – rileva Reggio – per una filiera corta e trasparente al massimo. Oggi si può ancora dare la “paternità” a un vino svolgendo una sola lavorazione in cantina, quindi senza produrre direttamente le uve e senza svolgere tutte le altre operazioni di vinificazione, in pratica acquistando e rivendendo semplicemente un mosto fatto da altri in chissà quale parte del mondo».

Coldiretti Piemonte: «Tolleranza zero»

«Occorre fare chiarezza al più presto, perché episodi come questo mettono a rischio il successo del prodotto agroalimentare italiano più venduto all’estero e creano un danno economico alle nostre imprese che, grazie al loro lavoro, consentono al Piemonte di essere tra le maggiori regioni vitivinicole, le cui produzioni sono apprezzate oltre i confini nazionali proprio per l’elevata qualità», commenta Roberto Moncalvo presidente di Coldiretti Piemonte. «Il vino piemontese, che vanta 42 Doc e 17 Docg, è cresciuto proprio scommettendo sulla sua identità e questo ha permesso di conquistare sempre più anche i palati stranieri».