Tensione per i dazi Usa su Barolo e Barbaresco

Entro febbraio potrebbe scattare la tassa d’importazione del 100% sui vini europei prevista dall’Amministrazione Trump. E uno sbocco verso altri mercati sarebbe in salita

VINO Prezzi raddoppiati e consumi in ginocchio: se il Governo americano confermasse i dazi al 100 per cento sui vini europei, un intero settore rischierebbe il collasso. La politica di Trump contro il made in Europe prevede sette miliardi e mezzo di dazi commerciali: l’Italia è già stata colpita a ottobre, con un primo aumento del 25 per cento su parmigiano e pecorino, ma anche su liquori e amari. La scure si è abbattuta anche sui vini francesi, le olive greche e il whisky scozzese.

Secondo un provvedimento emanato a ottobre, l’obiettivo degli Stati Uniti è arrivare a dazi aggiuntivi che raddoppierebbero il prezzo di ogni bottiglia di vino. Fino  al 13 gennaio, le associazioni di categoria statunitensi e i vari enti hanno avuto la possibilità di presentare osservazioni all’Amministrazione Trump, nel tentativo di fermare l’iter di approvazione.

Da oggi scatta il conto alla rovescia per la decisione finale, attesa per febbraio. «Siamo preoccupati e frustrati, perché si tratta di una decisione sulla quale non abbiamo alcuna possibilità di intervenire, ma che saremo costretti a subire, con effetti disastrosi sul nostro settore», afferma Matteo Ascheri, presidente del Consorzio di tutela del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani. «Negli Stati Uniti si è creato un bel movimento per cercare di fermare il provvedimento, con la presentazione di molte osservazioni rivolte a Washington. Per quanto riguarda noi italiani, l’unico mezzo che abbiamo è cercare di far sentire la nostra voce attraverso il nostro Governo e i nostri rappresentanti».

Per i vini delle Langhe, il mercato statunitense è uno storico partner commerciale, con un peso che oscilla tra il 25 e il 35 per cento delle esportazioni. «Con i dazi al cento per cento, è evidente che sarebbe impraticabile proseguire come oggi i nostri rapporti con gli Stati Uniti: i prezzi raddoppierebbero, i consumi cadrebbero a picco e i nostri clienti storici inizierebbero a guardare altrove».
Un effetto a catena per il quale sarebbe complesso trovare soluzioni: «Gli altri mercati? Se guardiamo all’Inghilterra, la situazione non è più rassicurante, per via della Brexit. Un altro Paese di esportazione dei nostri vini è la Germania, dove però a oggi i consumi sono fermi, senza segnali di ripresa. C’è l’Oriente, dove però è ancora tutto da costruire e dove non possiamo aspirare a vendere i nostri vini agli stessi prezzi degli Stati Uniti. In più, ci sarebbe un’offerta molto alta di prodotto, che non aiuterebbe dal punto di vista economico».

Nel frattempo, anche in America il clima è di forte preoccupazione: «Da quando è stato reso noto il provvedimento, abbiamo assistito a un aumento degli ordinativi: i nostri clienti stanno cercando di far entrare negli Stati Uniti più prodotto possibile, fino a quando scatteranno i dazi. Ma è un palliativo, una soluzione momentanea: se tutto andrà secondo i piani di Trump, per noi la crisi arriverà tra qualche mese».

Francesca Pinaffo