Se la Granda esporta i materiali pericolosi

Il Cuneese vanta un numero d’impianti sufficiente per lo stoccaggio (nei casi di macerie, plastica, cartone e legno), mancano tuttavia le strutture per la gestione del fine-vita, se il ritiro non è la soluzione

RIFIUTI Fanghi organici derivanti da processi di verniciatura, imballaggi, liquidi pericolosi: tante forme ma un solo problema. Che cosa accade ai residui delle attività nella Granda? Il viaggio dietro le quinte della gestione dei prodotti di scarto inizia all’atto del conferimento dei materiali, spesso la prima fase di un procedimento concluso in discarica o attraverso l’esportazione verso i termovalorizzatori di altri Stati europei, la Danimarca ad esempio.

Roberto Cagnazzo, amministratore delegato di Sisea – azienda del gruppo Egea, attiva per bonifiche ambientali, trasporto e smaltimento di rifiuti pericolosi e no, spurgo civile e industriale – parte di qui per parlare del trattamento dei sottoprodotti industriali: «Per quanto riguarda la raccolta e la preparazione dei rifiuti, la provincia di Cuneo vanta un numero d’impianti sufficiente, concepiti a partire dagli anni ’70. Mancano però in Piemonte gli impianti finali, ovvero le strutture per il fine-vita dei materiali pericolosi: la termovalorizzazione. Il ritiro non è mai la soluzione, se si escludono i casi di macerie, plastica, cartone e legno».

C’è infatti una distinzione da fare: quando parliamo di scarti di produzione ci rifacciamo a tre grandi categorie: rifiuti ingombranti, inerti e pericolosi. Mentre per le prime due sono possibili soluzioni di recupero, per l’ultima sono praticabili solo processi di termovalorizzazione: l’incenerimento come forma di sfruttamento energetico.

«In Piemonte esiste un solo impianto, a Orbassano, che accoglie rifiuti della città di Torino e dell’hinterland; la Lombardia invece ha una situazione diversa», prosegue il dirigente dell’azienda di Sommariva del Bosco, attiva nel settore dei rifiuti. Da qui l’esigenza di esportare i materiali alla volta d’impianti autorizzati al trattamento, all’estero, quando la via del recupero non risulta percorribile, perché antieconomica – è il caso di plastiche industriali intaccate da sostanze non lavabili o dei fanghi di risulta di lavorazioni come la verniciatura, ad esempio –e l’unica soluzione resta la distruzione.

Spiega ancora Cagnazzo, che è anche coordinatore del gruppo Raccolta, selezione e smaltimento rifiuti di Confindustria Cuneo: «L’obiettivo rifiuti zero è improbabile da raggiungere; per farlo, servirebbe lavorare sui prodotti a monte. L’idea di economia circolare è piuttosto un obiettivo a cui tendere. Fino a 10 anni fa si sarebbe parlato di discarica; oggi è anacronistico, poiché esistono le tecnologie per non dipendere da altre nazioni e trasformare in ricchezza questi materiali, senza trasportarli su gomma per tratte di tremila chilometri».

Il fattore di perturbazione arriva anche dalle relazioni internazionali: nel 2017 la Cina ha chiuso all’importazione di materie plastiche a causa della crescita della produzione interna. «Il mercato europeo non era strutturato per gestire questa situazione. Chi aveva gli impianti ha risolto, ma i volumi di rifiuti senza collocazione si sono scontrati con la riduzione degli spazi; la speculazione e la legge economica hanno fatto il resto, con aumenti fino al 300 per cento».

L’incremento è stato caricato sul prodotto finito, con una contrazione dei margini di guadagno: «Se realizzi prodotti a basso valore aggiunto in provincia di Cuneo devi essere bravo a vendere, per reggere la concorrenza di India e Cina. Un aumento di questo tipo favorisce lo smaltimento illecito», conclude Cagnazzo.

Nel solo 2019 sanzioni per 265mila euro e 97 verbali

RIFIUTI Sanzioni per un cifra che sfiora i 265mila euro nel solo 2019, ripartiti fra 97 verbali emessi per gestione illecita dei rifiuti, con 35 casi accertati di dolo nello smaltimento. A fornire i dati, riferiti alle Stazioni dei Carabinieri forestali di Alba, Bra, Ceva e Cortemilia, è il tenente colonnello Stefano Gerbaldo, a capo del nucleo della Granda. «Un buon 40% della nostra attività è rivolto al contrasto delle cattive pratiche di trattamento dei rifiuti da parte di privati e aziende», spiega: «Il panorama delle infrazioni è ampio: dai roghi di rifiuti, sintomo di scarsa coscienza ambientale, al deleterio abbandono di materiali da smaltire in discarica».

La cronaca recente racconta di teli in nylon e avviluppi di rotoballe abbandonati nel parco del Belbo a Montezemolo, e di una discarica abusiva a Carrù. Non manca un cumulo di componenti auto gettati dai titolari di un’officina con sede a Farigliano in mezzo alla vegetazione, fino al deposito nel quale una ditta artigiana di Castelletto Uzzone stoccava quantità di rifiuti non pericolosi. «Abbandonare non conviene. Le sanzioni, quando interveniamo, sono severe e questo tipo di illecito non scompare. Sono anzi frequenti i casi di “furbetti” individuati ad anni di distanza dall’abbandono, tramite analisi merceologiche», prosegue Gerbaldo.

La riscoperta della coscienza verde è vitale per il contrasto: «Le segnalazioni fatte al nostro centralino sono fondamentali. Chi preferisce rischiare, perché crede di non venire colto in fallo, dal momento che non siamo numerosi, si sbaglia di grosso».

Davide Gallesio