Il sacerdote che vuole farci parlare in latino

L’INTERVISTA  Don Romano Nicolini, sacerdote dal 1963, dopo aver studiato nel Pontificio seminario romano, si è laureato in pedagogia a Urbino. Ha insegnato nel liceo classico Giulio Cesare di Rimini ed è noto per aver fondato l’associazione Pro latinitate, per la divulgazione della lingua dei nostri avi nelle scuole. Per l’editrice Breviario digitale (che pubblica in formato e-book testi dottrinali e liturgici della Chiesa cattolica in italiano e latino) ha scritto Primi passi sulla strada della lingua latina, un sussidio gratuito per gli allievi delle medie. Don Nicolini vive a Rimini.

Molti sostengono che il latino a scuola sia inutile. Che cosa ne pensa, don Nicolini?

«Certamente il latino è inutile per i risultati economici: “Carmina non dant panem”, le poesie non danno pane (Orazio). Ma anche l’arco di Augusto, a Rimini, non dà pane: cosa facciamo, lo abbattiamo per sostituirlo con una pizzeria? La statua del David di Michelangelo è di marmo, non serve a nulla: utilizziamo quel marmo per fare scalini o battiscopa? Gli esempi potrebbero continuare. Il latino, per noi italiani è cultura e, come tale, serve a tutto. È l’italiano “da bambino”, ovvero: è la lingua che usavamo normalmente fino a quasi l’anno Mille. Chi di noi resiste alla tentazione di andare a vedere come eravamo da piccoli? Cosa c’è di strano a volere sapere come si parlava in Italia circa mille anni fa?».

L’apprendimento scolastico è basato sulla memorizzazione, sul nozionismo e sull’obbligo. Ma il desiderio di curiosità e di apprendimento non può essere basato sull’imposizione, anzi, ne viene affievolito. Come coniugare lo studio del latino con queste consapevolezze?

«È vero che l’apprendimento fatto con iattanza (cioè, in tono burbero e scostante) non produce frutti ma è anche vero che una certa coercizione viene accettata tranquillamente. Ad esempio, un certo numero di vaccinazioni è obbligatorio. Quale bambino fa i salti di gioia perché finalmente può subire un’iniezione? Ai semafori occorre pazientare: quale bambino non scalpita con la voglia di attraversare, senza attendere? Stesso procedimento logico è applicabile alla lingua latina, che non è morta. Ogni italiano, ogni ora, ogni giorno, si imbatte in almeno una scritta latina su chiese, monumenti, epitaffi, citazioni: perché deve attraversare tutta la vita essendo costretto, di fatto, a non capirci nulla?».

Dunque, il suo tentativo è quello di recuperare il non immediatamente utilizzabile.

«Un piemontese famoso, il professor Alessandro Barbero, in un’intervista ha detto: “Se nelle scuole si elargiscono solo le materie che servono, si torna indietro di cento anni, quando alle donne non si insegnava a leggere e scrivere poiché, tanto, dovevano solo svolgere servizio da casalinghe”. Così è per il latino: se lo si esclude perché non serve, si arretra sulla convinzione di studiare solo ciò che risulta utile oggi e subito. Ovvero, si uccide la cultura».

Dunque, cosa propone?

«Poiché non si può imporre di andare in un liceo dove si studia il latino, diamo a tutti, nelle medie, le basi del latino. Chi vuole approfondirà in seguito: chi invece andrà a fare l’operaio non lo utilizzerà, ma avrà la mente ricca di conoscenze. In pratica: chi vuole elargire alle scuole un libretto di 19 paginette che spiega le basi della grammatica latina lo può chiedere gratis al sottoscritto: nicoliniromano40@gmail.com».

Roberto Aria