Coco (pronuncia Cucu), un termine piemontese con molti significati

Coco (pronuncia: Cucu): Cuculo (cuculus canorus); metafora di uomo sciocco; pitale maschile da letto; contenitore della brace per lo scaldaletto

 

Se in tutta Italia, il primo giorno di Aprile si fa il famoso scherzo del pesce, in Piemonte la tradizione vuole che si debba domandare: ati vist-ȓo? La risposta del malcapitato si presuppone essere chi?, in modo da rispondere con l’esclamativo: ëȓ coco d’Avrì! La grafìa della parola potrebbe ingannare, ma sappiamo che si pronuncia cucu. Si tratta del cuculo, volatile che compare nei boschi proprio in questo periodo.

L’origine della parola è indubbiamente onomatopeica, poiché il canto dell’animale è l’inconfondibile cu-cu, cu-cu! Lo stile di vita del cuculus canorus è certamente singolare, poiché si serve con un certo egoismo del nido di altri uccelli sbarazzandosi delle altrui uova per deporre il proprio, uno alla volta, già pronto per essere schiuso.

È ormai appurato che il paese di Arguello sia “il paese del coco” per antonomasia; vi è anche un sentiero didattico-naturalistico, abbellito dalle storie dei bambini della scuola primaria di Lequio Berria. Gli aneddoti che testimoniano la combinazione Arguello-Cuculo sono innumerevoli e tutti degni di nota. Vediamone alcuni!

La spiegazione più poetica ci descrive il paese di Langa come il preferito dal cuculo di ritorno dalla migrazione cosicché, ad ogni primavera, il primo luogo in cui si sente il suo canto è nei boschi tutt’intorno ad Arguello.

Curiosa è anche la storia legata al fatto che, sempre ad Arguello, ci fu un periodo in cui le famiglie procreavano soltanto un figlio, proprio come il cuculo che depone un solo uovo.

Quando poi c’era il servizio di coscrizione militare, da Arguello si presentava sempre e soltanto una recluta, altra metafora riferita all’animale.

Ma la versione più verosimile è quella che mi ha narrato Beppe Fenocchio, a sua volta raccontatagli da Carlo Secco: un uomo, per sbarcare il lunario, fu costretto a intrappolare cuculi e rivenderli ai mercati di Alba e Dogliani dove, un commerciante di pollame, incuriosito dalla merce chiese all’uomo da dove venisse con quei cuculi. La risposta fu un immediato e orgoglioso “da Arguello!” che, da lì in avanti, divenne il paese del cuculo per antonomasia.

Paolo Tibaldi