I piagnistei di chi sta bene e aziende che non reggono neanche due mesi

LETTERA AL GIORNALE Gentile direttore, dopo i primi timidi segnali di riapertura post quarantena, negozi per bambini, librerie e cartolerie (queste non dovunque), finalmente qualcuno parla chiaro e senza peli sulla lingua: «Preferita la cultura alle costruzioni. Sono pazzi, noi siamo allo stremo».

Pubblicato su cinque colonne a pagina 3 di un quotidiano del 3 aprile, il titolo condensa un’intervista al presidente di un’associazione nazionale di imprenditori. Poi, leggendo l’articolo, si capisce che il settore è in crisi da 11 anni e che i problemi sono altri: lentezza dei pagamenti, calo delle commesse pubbliche e private, troppa burocrazia nelle pratiche. Difficoltà presenti in tutti i settori produttivi.

Con tutta la comprensione che si può provare, sorgono domande: ma che aziende abbiamo in Italia che non reggono due mesi di mancato fatturato, pur non avendo più i costi del personale, coperti dalla cassa integrazione? Inoltre, se la cassa integrazione copre l’80 per cento dei guadagni, quindi i dipendenti ci rimettono il 20 per cento, i padroni, che sicuramente guadagnano di più dei loro dipendenti, non possono rinunciare anche loro a qualcosa di più del 20 per cento?

Questa situazione porta alla luce la fragilità del nostro sistema produttivo e la miopia, o l’avidità, dei padroni del vapore. In vista dell’uscita dall’emergenza, sarebbe ora che si ripensasse il patto sociale delle società capitaliste alla luce di alcuni principi generali: il pianeta Terra è l’unico posto in cui vivere e ha risorse limitate, siamo esseri sociali e nessuno si salva da solo, la politica deve occuparsi di tutte le persone e non solo degli abbienti, chi ha di più deve impegnarsi di più.

Nell’Atene antica, madre ideologico-morale della nostra società, nei momenti di crisi estrema – carestie, pesti o guerre devastanti – inventarono le “liturgie”: donazioni quasi obbligatorie con cui i super-ricchi del tempo si facevano totalmente carico delle spese per la salvezza della città-Stato. Non propongo che i nostri paperoni facciano altrettanto, ma almeno ci risparmino i “pianti greci” (per restare in tema) e si assumano le loro responsabilità.

Michele Cauda, Castagnito