La storia: San Benedetto Belbo è in fiamme

LA STORIA «Sulla strada nel corso di un’operazione riusciamo a fermare la macchina dell’ufficiale che conduce il rastrellamento. C’è nel nostro gruppo un partigiano tedesco in uniforme. Blocca l’automobile e ci dà modo di accerchiarla. Gli ufficiali che accompagnano il generale tentano di reagire e ci costringono a far fuoco. La vettura è crivellata di colpi, nell’abitacolo i corpi esamini del generale, di un colonnello, di un maggiore, di un tenente. Peccato perché ci sarebbero stati più utili da vivi»: così scriverà Italo Nicoletto – allora ispettore per Langhe e Monferrato delle brigate Garibaldi con il nome di battaglia Andreis – nelle memorie pubblicate nel 1981. Gli autori dell’imboscata tesa a colpire i tedeschi sono gli uomini di Alvarez, della 16ª brigata. Gli uomini con la stella rossa cercano di contrastare la 34ª divisione di fanteria tedesca, impegnata, dalla metà di novembre 1944, nel rastrellamento delle Langhe. L’obiettivo, come ricorderà Mario Giovana, è arrivare – in movimento da Cravanzana e Santo Stefano Belbo verso Castino e Cortemilia – al campo d’aviazione di Vesime. Secondo Carlo Gentile, l’attacco all’auto della Wehrmacht avviene il 18, presso Bonvicino e i morti menzionati dai documenti tedeschi sono due: il tenente colonnello Ernst Buchholz, comandante dell’80° granatieri, e il tenente Paul Brühl, l’ufficiale addetto alle informazioni e alla lotta contro i partigiani della divisione.

Militari e delegati civili della 6ª divisione Langhe (da Guerriglia e mondo contadino di Mario Giovana): il secondo in piedi da destra è Italo Nicoletto, Andreis.

I combattimenti proseguono e il coraggio – oltre alle poche munizioni – non basta ai partigiani quando, il 20 novembre, i tedeschi puntano verso San Benedetto. A Bosia un lanciagranate ricevuto dagli Alleati è difettoso e provoca la morte di due partigiani, oltre al ferimento del commissario e del comandante della 16ª, Marco, Eugenio Mogni, antifascista di antica data (è del 1901); è, con ogni probabilità, lo stesso patriota destinato a cadere alla Fiat grandi motori nei giorni dell’insurrezione. «Furenti», parola di Giovana, «per la resistenza e per le perdite subite, i granatieri tedeschi si accaniscono su San Benedetto Belbo. In paese abita ancora Terenzio Rosso, all’epoca un ragazzino: «Al mattino vedemmo una colonna tedesca che scendeva dal Passo della Bossola. I partigiani, accampati in regione Cadilù, cominciarono a sparare, ma i tedeschi con armi più potenti li fecero ripiegare verso la Val Bormida». Per i pochi giovanissimi e anziani è il momento di affrontare l’arbitrio degli occupanti: questi, avanzando verso l’abitato, «bruciavano le case e prendevano gli uomini in ostaggio (tra i quali anch’io di ben 14 anni). Poi ci portarono a Murazzano. Eravamo in 56, tra noi il parroco, don Luigi Chiavarino. Eravamo destinati a rimanerci per tre giorni».

 

Terenzio Rosso

Quello che volevano i tedeschi era il colonnello Buchholz; se il suo corpo non fosse stato restituito «ci avrebbero uccisi», racconta Terenzio con semplicità. Fu in quel frangente, con oltre cinquanta case in cenere e i suoi paesani in pericolo, che il peso di tentare di evitare (ulteriore) sangue fu assunto dal sindaco, Emilio Canonica.

In un servizio della Rai andato in onda il 27 aprile 1973 – che il Comune di San Benedetto ha in programma di recuperare dalle teche della televisione pubblica – lo si vede narrare con grande calma come aveva recuperato il corpo e la divisa. E come, aggiungiamo, nel suo paese non era successo come a Cravanzana, dove sette badogliani furono fucilati e deturpati «orrendamente», come si trova scritto in un rapporto di Nicoletto.
Ancora il 21 e 22 novembre i tedeschi tornarono in quello che sarà destinato a diventare il luogo fenogliano per eccellenza: «Vennero a far rappresaglia e portarono via animali, buoi, vacche, vitelli, maiali sparsi per la campagna, perché erano stati bruciati stalle e fienili»; tra le poche abitazioni a salvarsi ci fu la celebre censa, ora al centro di un progetto di recupero.

Nel documentario citato compaiono, oltre al sindaco Canonica, Ugo Cerrato, che nella 16ª brigata militò con il nome di Ughetto, il fratello Sergio. Se gli occhi non ingannano – nel filmato non sono presenti didascalie a presentare gli intervistati – compare anche Nuto Revelli. E lo studioso Eugenio Corsini, anch’egli molto legato a San Benedetto, che mette in sintesi così l’atteggiamento del mondo contadino verso quei giorni di guerra: ci fu lo sviluppo della «consapevolezza della volontà (nazifascista) di oppressione dell’uomo sull’uomo e a questa si ribellarono».

Paolo Rastelli

Terenzio Rosso da ragazzo