Sepulveda ucciso dal virus, aveva 70 anni. Gazzetta lo intervistò nel 2013

ALBA Luis Sepulveda è morto giovedì 16 aprile a 70 anni, a Oviedo in Spagna per le conseguenze del coronavirus. Autore de Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, pubblicato in Italia nel 1993, e di Storia di una gabbianella e di un gatto che le insegnò a volare, diventata un film d’animazione, che lo ha consacrato scrittore per tutte le età. Era un combattente, arrestato due volte e condannato all’esilio durante la dittatura di Pinochet, nemico del neoliberismo, ecologista, aveva riottenuto la cittadinanza cilena nel 2017. Dal 1996 viveva a Gijon, con la moglie Carmen Yanez, poetessa cilena.

Gazzetta lo aveva intervistato nel maggio del 2013 quando fu ospite di Aspettando Collisioni a Barolo; riportiamo quell’articolo.

Sepúlveda, lo scrittore che diede la parola ai “senza parola”

Luis Sepúlveda, cileno, rivoluzionario nella vita politica così come in quella letteraria. Classe 1949, è uno degli scrittori più celebri e apprezzati nel panorama internazionale, campione d’incassi nel mercato italiano. Sabato 19 maggio sotto il castello di Barolo (ultimo appuntamento di Aspettando Collisioni) Sepúlveda presentava il suo ultimo libro: l’autobiografia Ingredienti per una vita di formidabili passioni (edito in Italia da Guanda). Storia che ripercorre gli anni dell’adolescenza, ricalca le vicende politiche, gli amori, i viaggi, il concetto di letteratura, gli incontri, la disobbedienza al regime.

Oltre a romanziere, è anche poeta. Che cos’è la poesia per Sepúlveda?

«Mi sono sempre sentito una sorta di poeta clandestino. La poesia è per me un ossigeno ausiliare, un supplemento fondamentale alla mia professione di giornalista o scrittore. Tutto nacque all’età di 14 anni: volevo fare il calciatore, il mio unico sogno era giocare nella Nazionale cilena. Un giorno una ragazza che non conoscevo mi invitò al suo compleanno: l’avevo aiutata a scaricare i suoi oggetti da un furgone, voleva ringraziarmi. Passai una settimana a domandarmi: cosa posso regalarle? Mi presentai una settimana dopo, alla festa, con un pacchetto. Insistetti perché lo aprisse subito: era una foto della Nazionale del Cile del ’67. Mi guardò disgustata, dicendo: “Non mi piace il calcio”. “Cosa ti piace allora?”, risposi io. “La poesia”, disse lei. Così nacque tutto».

Passando dalle origini al presente: quale crede che debba essere lo scopo di uno scrittore?

«Innanzitutto dare voce a chi non ce l’ha, restituire la parola ai “senza parola” del mondo. La letteratura possiede una carica etica, una responsabilità politica e sociale a cui non possiamo rinunciare. Mi sento un “portatore” delle storie dell’umanità, non solo di quelle della mia gente o della mia vita personale».

Eppure, per ragioni legate alla sua dissidenza, Pinochet le tolse la cittadinanza cilena. Come percepisce la sua identità? Si sente appartenente a quella terra?

«Quest’anno ho rifiutato di rappresentare la delegazione ufficiale cilena al Salone del libro di Torino: non voglio simboleggiare un Paese che viola sistematicamente i diritti dei popoli tradizionali, che opera nell’interesse delle grandi industrie e dei potenti. Appartengo al Cile nella memoria, nei desideri, nella rabbia. Dedico a questo Paese molte emozioni. Ma la mia identità più forte è quella del Sud, quella che accomuna la gente che proviene dal meridione del mondo».

Matteo Viberti