Vivere la quarantena insieme a undici figli

STORIA COVID  Monica Cinghi ha 46 anni, vive col marito Francesco nei dintorni di Alba. La sua esperienza di quarantena può sembrare ordinaria: in isolamento domestico, si occupa della quotidianità, tentando di reinventare gli schemi comportamentali ed emotivi con cui si affrontava la realtà. Eppure la vita di Monica si discosta chilometri da quella media.

Nel tempo di questa famiglia il concetto di cura regola tutto il resto. Tra le mura domestiche oltre alla coppia di genitori vivono 11 figli. Di questi, 4 sono naturali e gli altri in affido. Provengono “da fuori”, perciò il confine di questa abitazione è flessibile, aperto, consente ingressi di bambini in difficoltà.

La cura della sofferenza si tramuta in coesistenze intime, in un reciproco scambio di insegnamenti. «Dopo le vacanze di Carnevale quest’anno le cose sono cambiate. Pensavamo che la chiusura delle scuole durasse pochi giorni. Invece il tempo si è protratto. Non è stato facile trovare un equilibrio, soprattutto i primi giorni. Tra i miei figli, infatti, c’è chi frequenta l’università e chi invece la materna. Copriamo l’intera gamma dei gradi scolastici!».

Monica procura serenità in chi la ascolta, ha la voce ferma di chi ha imparato a gestire la vita in molteplici forme. È una sonorità che non prevede paura, oppure se la prevede la sa tramutare in qualcosa di solido.

Prosegue: «Sono i bimbi più piccoli ad aver incontrato maggiore difficoltà. Avvertono la mancanza dei compagni, degli amici, dello sport. Perciò ci siamo attrezzati, allestendo una sorta di “campo scuola” allungato. Oggi in casa ognuno ha un compito specifico, con cadenza giornaliera. Uno si occupa di innaffiare le piante, uno di prendersi cura della più piccola, uno di lavare i piatti. Abbiamo persino iniziato a coltivare l’orto, avendo l’immensa fortuna di disporre di un ampio spazio esterno.

Organizziamo poi attività di drammatizzazione e riflessione comune, chiamando uno dei ragazzi a svolgere ad esempio il ruolo di animatore. Insomma, abbiamo ricostruito la quotidianità da zero».

Alcune difficoltà scaturivano dalla tecnologia: per 11 figli è difficile seguire le lezioni on-line in contemporanea. Ma l’aiuto è arrivato attraverso un computer aggiuntivo, una responsabilità reciproca che porta «chi non ha lezione a prestare il Pc a chi invece deve connettersi».

Si sviluppa una solidarietà nuova, silenziosa. La bimba più piccola ha tre anni, una disabilità grave. Già prima rimaneva a casa tutto il tempo. Oggi è felice, sente maggiori energie addensarsi attorno. Presenze di fratelli e sorelle che abitualmente trascorrono meno tempo in abitazione. «Ai più piccoli abbiamo spiegato serenamente l’esistenza di una malattia che circola e la conseguente necessità di proteggersi.

Senza allarmare troppo, è necessario non negare i problemi di fronte ai bimbi. Abbiamo creato “il quaderno dei compiti del coronavirus”, anche per esorcizzare eventuali paure. Tentiamo di trasferire l’importanza di curarsi e di essere responsabili, anche verso i nonni, con cui parliamo via Skype. È un momento strano e difficile, ma stiamo tentando di fare del nostro meglio. Per produrre speranza e serenità, da aggiungere a quello che avviene fuori».

Matteo Viberti