Anche Alba parte con entusiasmo dopo il lockdown

LA RIPRESA L’entusiasmo di aver rialzato le serrande e la voglia di ripartire si percepiscono in ogni angolo: dopo le riaperture del 18 maggio, Alba è entrata nel pieno della Fase 2. Anche se, dopo due mesi di chiusura, di spese e di un futuro che rimane incerto, non si può fingere che tutto sia tornato come prima. Perché, in effetti, non lo è.

Nel centro storico, la maggior parte dei negozianti ha riaperto, con vetrine rinnovate, gel disinfettante per le mani, prodotti per sanificare la merce e accessi contingentati per rispettare il distanziamento di un metro. Le persone per le vie non mancano, ma non ci sono certo code davanti agli accessi.

Le impressioni dei primi giorni sono diverse. Per esempio, dal negozio di scarpe Igi&Co, in via Vittorio Emanuele, il bilancio non è negativo: «Per aver riaperto dopo mesi, siamo fiduciosi. Le persone sono felici di poter uscire di casa e di ritrovare i negozi che conoscono bene. In generale, i clienti sono tutti rispettosi, con mascherina e pronti a igienizzarsi le mani. Ci chiedono se possono toccare le scarpe o i capi d’abbigliamento e se possono provarli. Ogni volta spieghiamo che si può e che garantiamo la sicurezza con prodotti specifici dopo ogni prova», ci spiega una commessa. Certamente, però, i ritmi sono ben diversi rispetto a una normale primavera albese: «Manca la componente più importante della nostra clientela: i turisti, soprattutto quelli stranieri».

Qualche passo più in là, nel negozio di abbigliamento La Dea, l’impressione non è diversa: «Il primo giorno di riapertura, martedì 19 maggio, è partito al rallentatore: tante persone in via Maestra a passeggiare ma pochi in negozio. Nei giorni successivi, la situazione è un po’ migliorata, ma nessuna coda per entrare», conferma una delle addette alle vendite, che prosegue: «Ce lo aspettavamo, un po’ perché mancano i visitatori e un po’ perché siamo entrati in un periodo di crisi, in cui forse molte persone preferiscono fare acquisti di prima necessità e poi dedicarsi allo shopping. Ma, al di là dei risultati di questo primo periodo, l’importante era tornare». Anche in una pelletteria, il pensiero non è diverso: «Siamo riaperti, ma si procede al rallentatore: rispetto a prima, è cambiato il mondo».

Anche il volto del centro è cambiato in certi punti: alcune vetrine di negozi, aperti da anni, sono rimaste spente. Sono soprattutto le attività in franchising. Sulla porta, la copia dei primi decreti di marzo un po’ sbiadite e qualche passante che guarda all’interno per vedere qualche segnale di ripresa.

Dall’Associazione commercianti albesi, il direttore Fabrizio Pace commenta: «Fin dal primo giorno della riapertura, c’è tanto entusiasmo da parte dei negozianti, ma anche preoccupazione, perché è forte il bisogno d’incassare. In assenza di turisti, chiaramente si fatica di più. Ma ci auguriamo che, quando verranno aperti i confini, il nostro territorio possa risollevarsi a pieno. La Regione ha promesso attività promozionali a favore del Piemonte nei Paesi di confine. E, come Aca, a breve partiremo con iniziative di promozione».

Ci sono le nuove regole per i tavolini all’aperto

Come in altre città della provincia, anche ad Alba è stata firmata dal sindaco Carlo Bo la nuova ordinanza sulla regolamentazione dei dehors, spazi diventati preziosi in tempo di coronavirus, perché all’esterno si riesce a contenere meglio il rischio di contagio, ma anche per la possibilità di avere tavolini in più. A livello regionale, la Giunta di Alberto Cirio ha annunciato la possibilità per i gestori di raddoppiare gli spazi esterni con procedure semplificate, oltre alla sospensione del canone di occupazione del suolo pubblico.

Così, pure sotto le torri, si è lavorato per adattare le disposizioni regionali. Spiega l’assessore Marco Marcarino: «Siamo intervenuti con alcune limature, pensando al modo più efficace per sostenere gli esercenti in crisi».

Negozi di prodotti tipici: senza i turisti, sarà crisi

Ma c’è un settore che più di tutti è in sofferenza per la mancanza di turisti: quello dei piccoli negozi alimentari del centro, che vendono per la maggior parte prodotti tipici, dal vino alle tagliatelle, per poi ricominciare in autunno con i tartufi. Un business che ha dato ottimi risultati negli ultimi anni e che ha portato all’apertura di nuove attività, aggiunte a quelle storiche.

Nella prima settimana di riapertura del commercio al dettaglio, non è difficile fare un bilancio: la maggior parte dei negozi tipici è ancora chiusa, con luci spente e pochi segnali di ripartenza all’interno, sia in via Vittorio Emanuele che nelle vie laterali. Ma c’è anche chi, nonostante tutto, ha deciso di riaprire. Come I piaceri del gusto, della ditta Inaudi. Davanti all’ingresso, il piccolo stand di sempre, con qualche prodotto e qualche libro. All’interno, tutta la merce esposta, ma nessun cliente. Spiega l’addetto alle vendite: «Rispetto al solito, abbiamo perso circa il 95 per cento dei clienti. È un momento molto difficile, se non ripartirà il turismo: per gli albesi, non è certo il momento di comprare prodotti tipici».

Tra le attività storiche, dal 18 maggio qualcuno ha scelto di ripartire: Paolo Bordino è il titolare di Ratti tartufi: «Siamo a zero vendite. Uno dei pochi clienti è stato un dipendente di una ditta di pulizie di Bologna, che ha deciso di portarsi a casa un ricordo. Per il resto, zero incassi ed è difficile pensare che nelle prossime settimane o mesi possa andare meglio».

«Una città spettrale per due mesi»

È un comparto, quello dei negozi turistici, che non ha ricevuto nessun tipo di agevolazione, come conferma Paolo Bordino, il titolare di Ratti tartufi di Alba: «Rientriamo tra gli alimentari e, in teoria, avremmo sempre potuto restare aperti. Ma è evidente che, tra un supermercato e un’attività di prodotti tipici che vive di turismo, c’è una gran bella differenza».

Davanti al banco di frutta, verdura e pasta nel centro di via Maestra, quasi in piazza Risorgimento, c’è anche Giuseppina Ognibene, titolare dell’omonimo negozio, che dagli alimentari in senso ampio è stato riconvertito ai prodotti tipici, sull’onda del successo del turismo locale. Durante il lockdown, la sua è stata una delle poche attività rimaste aperte: «Per mesi, via Maestra è stata spettrale. Non c’era nessuno: è vero che siamo un negozio anche di alimentari, ma le persone hanno continuato a rivolgersi alla grande distribuzione per fare la spesa. Senza turisti, non so come andrà il nostro settore», dice la negoziante.

Via libera pure alle palestre, tra molti dubbi e pochi finanziamenti in arrivo

Le palestre sono chiuse da inizio marzo, con perdite ingenti a causa del mancato utilizzo degli impianti, affitti, investimenti per la sanificazione e anche adattamento degli spazi alla sicurezza post Covid-19.

In Piemonte, dopo una settimana di attesa, venerdì scorso è arrivata la conferma della riapertura dalla giornata di lunedì 25, così come per le piscine, i centri e i circoli sportivi. Per i titolari è il momento della ripartenza, anche se non mancano i problemi.

Uno di loro è Giorgio Ballocco, che è titolare di una palestra di biomeccanica a Bra: «Il nostro settore sembra essere stato dimenticato dalle istituzioni. Ho chiesto spiegazioni a diverse autorità regionali, ma non ho avuto notizie. Prima di tutto, sembra che nessuno si sia reso conto dei danni che abbiamo subito negli ultimi tre mesi, al pari delle altre attività rimaste chiuse. Nel bonus Piemonte sono rientrate molte attività ferme durante il lockdown, comprese le Spa, spesso collegate alle palestre, ma nulla per queste ultime. Nel disegno di legge del Riparti Piemonte, sono stati annunciati alcuni stanziamenti per il mondo dello sport, ma non è stata chiarita la differenza tra società sportive e palestre in senso stretto».

In effetti, tra i bandi per il maxipiano da 800 milioni di euro per far ripartire la regione Piemonte, i fondi  per il comparto sono diversi, di cui 4,3 milioni di euro per le associazioni sportive rimaste chiuse e oltre 2,2 milioni per adattare gli impianti alle norme, palestre incluse.

Francesca Pinaffo