“Esse”, un verbo in piemontese, ma anche un termine con molteplici significati

Esse: Interesse, sostanza, roba, livello di benessere Verbo ausiliario: essere, esistere, trovarsi

Andiamo verso una parola essenziale che si dirama in due nette definizioni: Esse. La prima corrisponde all’ausiliario essere, con tutte le sue sfaccettature. Esistere, trovarsi in una determinata condizione. Alcuni esempi molto semplici: esse al pian dij bàbi (essere in miseria, a terra); esse ‘d boca bon-a (essere di bocca buona, facile da accontentare). Fin qui nulla di nuovo.

La gran particolarità relativa all’esse, riguarda le valutazioni pre-matrimoniali di cui doveva accertarsi il mediatore (bacialé) presso le rispettive famiglie degli sposi. L’azione di voghe ȓ’esse, corrisponde alla visita a casa di un futuro suocero o genero, per verificare le condizioni economico-patrimoniali della famiglia, in vista di concludere la promessa. Grande psicologo del passato, il mediatore capiva se l’affare doveva essere portato a termine: in presenza della famiglia dello sposo stabiliva il grado di benessere.

Ecco perché si chiama esse! Linguisticamente potrebbe coinvolgere la desinenza di benessere, oppure della parola interesse. Entrambe le ipotesi hanno coerenza e fondatezza. In cosa poteva consistere l’esse? Appezzamenti di terreno, una parte di cascina, denaro da portare in dote; c’è un piccolo proverbio, quasi una filastrocca, che evoca tutto ciò che contava nella valutazione: lò ch’o pissa, lò ch’os dȓissa, lò ch’o stissa – Botti di vino, sacchi di grano e salami appesi alla trave.

Se il matrimonio veniva combinato e il contratto concluso, il bacialé era chiaramente invitato a nozze e, a seconda dell’entità del matrimonio, le famiglie degli sposi lo omaggiavano: un foulard nel caso di un misero sposalizio, sino ad un pregevole cappotto, per un matrimonio importante. Tutto dipendeva dall’esse, dalla dote.

Mediatore o no, è pur vero che se il matrimonio è soltanto fondato sugli interessi patrimoniali dell’altra famiglia, questo è il severissimo e colorito monito piemontese: chi ch’o ‘s marìja për ra dòte o fa mèj a campesse ‘nt’ër ròche (chi si sposa per la dote, farebbe meglio a buttarsi giù dalle rocche).

Paolo Tibaldi