Circonomia: «Bio e per la natura», la parola ai barolisti

PROSPETTIVE  Nel corso del festival Circonomia, organizzato dalla cooperativa Erica e da Greening marketing Italia a fine maggio, uno spazio d’eccezione l’hanno occupato i produttori vinicoli delle Langhe per parlare di pratiche virtuose.

Enrico Rivetto è un produttore che ha scelto l’approccio biodinamico. Spiega: «La mia è stata lucida follia. Qualcosa che avevo in testa da molto tempo senza averne piena coscienza. Nel 2009 soffrivo di una rinite allergica: l’odore dei trattamenti mi dava fastidio. Questo mi fece “scattare” una molla. I ragionamenti latenti esplosero. Fu un cambiamento impulsivo, spontaneo». Rivetto rappresenta la quarta generazione di agricoltori in famiglia: l’azienda sorge tra Sinio e Serralunga. «In quest’area la monocoltura del vigneto è un’altissima percentuale del totale. Iniziai a confrontarmi con altri produttori biodinamici, frequentai corsi. Scoprii che la biodinamica non è una pratica esoterica o magica, ma caratterizzata da aspetti molto concreti. Nei miei trenta ettari inserimmo cinque chilometri di corridoi biologici: 350 alberi da frutto di varietà antiche, alberi di alto fusto tra cui betulle, querce e frassini, poi salvia e rosmarino. Creammo un orto, una serra. Siamo indipendenti dal sistema fognario. Abbiamo anche uno stagno».

Secondo Rivetto queste pratiche ecologiche non procurano denaro in più rispetto alle tecniche convenzionali, ma garantiscono equilibrio. «Le persone che vengono da me, clienti compresi, sono contagiati dall’energia scaturita dal rispetto totale della natura. Dobbiamo allenarci a cambiare la forma del pensiero, elevando la nostra coscienza».

E in riferimento al paradigma in via di diffusione dell’economia circolare, filosofia che prevede il riutilizzo degli scarti della produzione industriale: «Se il cambiamento economico viene gestito dagli stessi signori che hanno provocato lo stato attuale e sono a capo di una produzione basata sui combustibili fossili, finiremo per cambiare i colori ma non la sostanza». Servono strategie più coraggiose, che piantano le proprie radici in un cambiamento interiore.

Sara Vezza, produttrice vinicola – azienda Josetta Saffirio – dell’area di Monforte, ha raccontato durante il festival Circonomia: «Nel 2004 scelsi il biologico, una decisione personale: avevo sviluppato intolleranze e allergie ai prodotti chimici. Tra i produttori esiste poca consapevolezza del cambiamento climatico. Fenomeni come bombe d’acqua e aumenti di temperatura vengono quasi considerati fenomeni meteorologici a sé stanti, invece di riconoscere il quadro complessivo. Abbiamo ancora molta strada da fare verso la sostenibilità. Noi produttori siamo i primi che percepiamo i cambiamenti climatici e beviamo il nostro vino. Le scelte agricole ricadono direttamente sul nostro stato di salute.

Un’altra risposta deve arrivare dall’industria della chimica e dai costruttori di trattori, in modo da facilitare la transizione verso pratiche più sostenibili. Senza scordare l’inquinamento ambientale a cui gli agricoltori biologici sono esposti: se ho un vicino che utilizza trattamenti chimici, i miei vigneti ne saranno interessati in via indiretta. Il Piemonte è molto indietro sul fronte del biologico, con appena il 7 per cento delle superfici rispetto a una media italiana del 15».

Alessandro Ceretto: «Il nostro metodo biodinamico: alla vite servono piante con cui convivere»

Alessandro Ceretto è intervenuto durante il festival Circonomia. La storica cantina albese ha scelto di adottare un regime di coltivazione rispettoso della natura, dei suoi ritmi ed equilibri. La tecnologia non è utilizzata per semplificare o rendere più comode le pratiche agricole: «Il processo è stato graduale. Ho iniziato prima col metodo biodinamico, poi col biologico e infine trasformando la conduzione interamente in biodinamica nel 2019. Siamo una grande azienda, con circa 130 ettari di terreno. La formazione scolastica al tempo in cui conclusi gli studi era concentrata sul metodo convenzionale, fu perciò necessario uno sforzo personale. Iniziai a convertire i cru del Barolo, circa 15 ettari di estensione».

Il metodo biodinamico comporta spese maggiori, ma sono costi che rientrano grazie all’apprezzamento dei clienti. «Per quanto riguarda le malattie della pianta, abbiamo osservato che la vite viene curata meglio se il suolo su cui poggia è sano. Non è vero il principio generale secondo cui le altre piante sono competitive con la vite e quindi bisogna eliminarle. Le altre specie non insidiano la monocoltura. È vero l’opposto. Serve biodiversità. Abbiamo perciò iniziato ad attrarre il maggior numero possibile di microflora e microfauna per poter mantenere la natura ricca e in equilibrio. Oggi contiamo almeno una ventina di diverse erbacee che crescono nei vigneti. Usiamo il letame invece dei concimi minerali, perché più ricco di microorganismi. Un altro grande problema in zone come quella del Barolo è rappresentato dall’erosione, causata dai cambiamenti climatici e dalle tecnologie in uso. Per tutelare il terreno antico su cui poggiano le piante abbiamo eliminato le arature in profondità: scavare per impiantare un nuovo vigneto stravolge gli strati che anno dopo anno hanno costruito il suolo così come lo conosciamo oggi, con la sua preziosa composizione. La tecnologia ci ha portato ad abbassare i costi, ma molto sovente la scorciatoia produce danni maggiori alle piante e all’ambiente, quindi al prodotto finale».

Matteo Viberti