In Bangladesh non c’è da combattere solo il coronavirus, ma anche un tifone

LETTERA AL GIORNALE  Cari amici, la presente lettera l’avrei dovuta inviare la scorsa settimana, dopo che siamo stati visitati dal devastante ciclone Amphan, ma non l’ho potuto fare perché tutti i miei collaboratori erano impegnati sul fronte del coronavirus.

Ora è possibile dividerci sui due fronti e cercare di alleviare alcuni colpiti da questa seconda calamità. Io non sono qui a salvare il Bangladesh, mentre quello che posso fare è alleviare un poco la fatica di alcune famiglie. Per la precisione, io sono abbastanza recluso (causa coronavirus) per i miei 75 anni e per i miei polmoni, che dopo la malaria di 15 anni fa, sono rimasti in parte compromessi.

Ma i miei collaboratori, pur con tutte le precauzioni, sono ben presenti ed efficienti, anzi lo sono sempre stati fin dall’inizio del lockdown.

Don Renato Rosso, missionario in Bangladesh

Di sicuro avete avuto informazioni su quanto sia stato devastante il ciclone Amphan. I morti sono stati alcune decine, ma per adesso, essendocene diversi dispersi, non c’è ancora un bilancio completo e attendibile. Il vento ha raggiunto i 140 chilometri orari e le onde del fiume, sollevate di quattro metri, si sono abbattute contro gli argini, spezzandone diversi chilometri e allagando una gran quantità di villaggi, che rimarranno in quella condizione ancora per chissà quanto tempo. Il risultato è di 180mila case parzialmente o totalmente distrutte (ovviamente non erano case in muratura). Centinaia di migliaia di alberi sradicati, 400mila ettari di terreno hanno totalmente perso le loro coltivazioni. Ma una delle maggiori calamità per quanto riguarda l’economia, è stata la distruzione e la perdita di 5.017 allevamenti di pesci e gamberi. Queste informazioni provengono dai resoconti della Caritas Bangladesh (fonte attendibile).

Ora migliaia di famiglie sono sistemate ai bordi delle strade sotto tende di stracci o in qualche angolo di case parzialmente diroccate, senza servizi igienici, con diarree e infezioni varie, causate da una situazione dove mancano le più elementari condizioni igieniche.

Si aggiungono poi le diverse giornate passate sotto la pioggia. La fatica e le sofferenze sono tante. Prima che si scatenasse il ciclone, l’Esercito, i Vigili del fuoco, la Guardia costiera e la Marina militare con migliaia di volontari hanno evacuato oltre due milioni di persone e le hanno stipate in oltre 4mila rifugi per cicloni. Sono rimasti 24 0re o almeno una notte a nessuna distanza sociale, per difendersi dal coronavirus. Così, dopo due settimane da quella notte, non so cosa ci si possa aspettare.

Vi ho comunicato alcuni dati che forse conoscevate già e la conclusione non è che dobbiamo salvare il Bangladesh, ma possiamo pur fare la nostra parte. Pertanto ho avviato una raccolta fondi a nome di chi ha perso tutto o quasi. Il nostro sforzo e specialmente quello dei collaboratori sul campo, è per alleviare un poco la sofferenza causata dal ciclone, specialmente dove non arrivano gli aiuti “ufficiali”. Non dimenticateci nella preghiera.

don Renato Rosso

Chi volesse contribuire all’appello di don Renato può fare una donazione tramite bonifico bancario con l’Iban IT 35 X 050 1801 0000 0000 0121 609 intestato a Ruah Onlus, oppure destinando il 5 per mille inserendo nella dichiarazione dei redditi il codice fiscale 940 466 900 15.