Derio Olivero: bisogna ascoltare per parlare all’uomo e alla donna d’oggi

L’INTERVISTA  Parliamo con il vescovo di Pinerolo Derio Olivero: cuneese Doc, è balzato agli onori della cronaca per aver superato il coronavirus, che lo ha portato per un lungo periodo di tempo ai confini con la morte.

CHI È? Derio Olivero è originario di Roata Chiusani, frazione di Centallo, ma è nato il 17 marzo 1961 a Cuneo. Ha conseguito la licenza in teologia pastorale presso la Pontificia università lateranense di Roma e il 12 settembre 1987 è stato ordinato sacerdote per la diocesi di Fossano. Ha svolto incarichi pastorali di viceparroco, di rettore del Seminario vescovile di Fossano, di docente di teologia pastorale allo Studio teologico interdiocesano di Fossano, di parroco, di responsabile di diversi uffici pastorali nella sua diocesi. Il 7 luglio 2017 papa Francesco lo ha nominato vescovo di Pinerolo. Ha ricevuto l’ordinazione episcopale l’8 ottobre nella cattedrale di Fossano dall’arcivescovo di Torino monsignor Cesare Nosiglia.

Innanzitutto, come sta? Si è ripreso completamente dopo la malattia?

«Sto meglio, anche se ho ancora i residui della malattia, come tutti coloro che hanno avuto il Covid-19: difficoltà di resistenza e affaticamento precoce; non posso ancora camminare per un lungo tempo; mi stanco con facilità. È una ripresa lenta, anche se dal 5 maggio sono a casa: faccio ancora fisioterapia per la muscolatura, per rafforzare il cuore e la respirazione. Nel giro di tre mesi dovrei essere guarito completamente: quindi manca ancora un mese».

A causa del Covid-19 lei è stato per molto tempo in ospedale vicino alla morte: quali pensieri erano più ricorrenti in quel periodo e quali erano le sue paure?

«La morte fa verità, questa è stata la mia esperienza: di fronte a lei non puoi barare, sei quello che sei e molte cose evaporano, compreso il corpo. Resta solida la fiducia in Dio: davvero senti la bellezza della fede, che ti permette di comprendere come la morte porti via tutto, ma non sia l’ultima parola. Sentire Dio come una roccia che dà fiducia e speranza: è potentissimo. Si comprende come la fede cristiana permetta di non disperare neppure in un momento così difficile da affrontare. Poi, ci sono i tanti volti con cui si sono costruite relazioni, che non sfumano. Prima di questa esperienza, la paura più grande della mia vita è sempre stata la morte, pur avendo fede nella risurrezione cristiana. Mi sono stupito di non avere quel timore quando la possibilità concreta di morire si è davvero affacciata. Ho capito in seguito che questa serenità e la pace non sono mie, ma arrivano dalle tantissime preghiere che si sono levate dalla mia diocesi e dalla provincia di Cuneo, da dove provengo, oltre che dall’aver ricevuto l’Unzione degli infermi, il sacramento che mi ha riconciliato con me stesso, con gli altri e con Dio».

Perché ha voluto raccontare la sua esperienza in un libro, Verrà la vita e avrà i suoi occhi, per le edizioni San Paolo?

«Perché credo che a costituire davvero la vita sia il modo con cui si reagisce a ciò che accade. Non importa che cosa sia successo. La malattia in particolare, ma anche la pandemia, la crisi economica sono capitate ed è essenziale imparare ad ascoltare ciò che ci dicono per guardare avanti con fiducia. Con questo libro vorrei fornire un piccolo contributo su che cosa abbiamo imparato e come possiamo guardare il futuro alla luce di quanto abbiamo appreso».

Perché la scelta di questo titolo: Verrà la vita e avrà i suoi occhi?

«In questo tempo abbiamo respirato tutti la morte. Una poesia del 1950 che mi piace tantissimo di Cesare Pavese titola: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sono i versi che secondo me meglio esprimono il senso della dipartita. Per questo ho voluto volgerli in positivo: Verrà la vita e avrà i suoi occhi. Magari saranno anche occhi nuovi, gli occhi di Dio, nonostante questo periodo tragico. Per me è venuta la vita, considerato che potevo morire, e ha davvero occhi nuovi: insomma è un titolo di speranza».

«Se non parli con l’uomo e la donna d’oggi ma all’uomo e alla donna di ieri stai diventando muto»: come si realizza nel suo ministero pastorale questo impegno?

«Bisogna mettersi in ascolto. Per parlare all’uomo e alla donna d’oggi bisogna ascoltare: significa dedicare del tempo, sentire le idee che girano, leggere i contributi di autori e pensatori contemporanei, cercare di mantenere grande stima per i diversi e i lontani. Si può parlare all’uomo e alla donna d’oggi solo se si ha una vera stima per chi è lontano dai nostri ambienti, per coloro che hanno un’altra fede o non sono praticanti o credenti. Bisogna imparare a guardarli senza sospetto e superiorità. Occorre stare in mezzo a loro e capire che cosa possono insegnarci. Quindi, l’ascolto e la stima sono la premessa per parlare all’uomo d’oggi, non all’uomo a cui noi pensiamo: questo è sicuramente difficile, perché spesso nella nostra Chiesa facciamo, pensiamo, progettiamo soprattutto per i cristiani impegnati e praticanti, ma raramente valutiamo i nostri discorsi, le nostre catechesi, le nostre prediche per quanti sono lontani dalla Chiesa. Facendo solo cose tra di noi, parliamo con un linguaggio “ecclesialese” e spesso senza cambiare nulla rispetto a ieri».

Come uomo di fede, durante il lockdown, che cosa l’ha toccata di più?

«La cosa che mi ha molto toccato in questo periodo di pandemia è il fatto che eravamo tutti non praticanti. Ci siamo resi conto che in qualche modo si deve nutrire la propria fede e la propria spiritualità, ma bisognava farlo non soltanto riducendo tutto alla Messa, che non c’era più. Credo che abbiamo troppo centrato sulla sola Messa, spesso sacrificando il commento e la lettura della parola di Dio».

Monsignor Olivero, nel suo recente libro mostra una particolare attenzione alle nuove generazioni; che cosa vuole dire a coloro che ritengono i giovani superficiali e responsabili di molti mali odierni?

«Il problema in questa società siamo noi adulti e questo ormai lo dicono finanche i sociologi; un esempio è la malattia del giovanilismo che abbiamo come adulti, credendoci giovani e non dando loro spazio. Credo che la nostra società debba recuperare la bellezza di poter essere in una fase diversa della vita, che non deve voler scimmiottare l’età giovanile, togliendo spazio. Come dice Armando Matteo: “L’adulto è colui che ha toccato con mano i limiti della vita e ci crede ancora”. L’adulto è quindi colui che sta davanti alle nuove generazioni come maestro, timone e sorgente di fiducia, è colui che “tocca” i limiti e ci crede ancora, regalando fiducia alle nuove generazioni, che faticano a trovare la loro strada. Il futuro sta scritto nei volti dei giovani, ma tocca all’adulto leggere i loro entusiasmi per capire a quale domani dobbiamo aprire. Quindi, l’adulto deve avere sempre gli occhi aperti sulle nuove generazioni per imparare che cosa vi sta scritto, perché il giovane viene per portare qualcosa di nuovo e noi dobbiamo coglierlo, permettendone la realizzazione».

Walter Colombo