Le immani violenze dei lager libici su piccoli mai diventati adolescenti

L’INTERVISTA  Precious Ugiagbe è una mediatrice etnoclinica, responsabile del progetto torinese Sos villaggi bambini.

Quanti sono e come stanno i minori non accompagnati presenti sul territorio regionale, Ugiagbe?

«In Piemonte erano 242 a febbraio, pari al 4 per cento del totale nazionale. Nel nostro lavoro quotidiano riscontriamo molte criticità. Il malessere di questi bambini è elevato. Parliamo di minori che non hanno mai conosciuto il significato dell’adolescenza. Per la maggior parte hanno un’età compresa tra 11 e 17 anni. Quando salti un pezzo così importante della vita è difficile recuperarlo. Quando le vittime ci raccontano che cosa hanno vissuto durante il viaggio affrontato per venire in Italia, mi domando come facciano a stare ancora in piedi».

Quali tipi di esperienze sono costretti a incontrare?

«Torture sistematiche e prolungate: in confronto, la violenza è niente. I bambini, le donne o gli adulti vengono reclusi nei centri di detenzione libici e lasciati molti giorni senza mangiare, tanto che sovente i prigionieri sono costretti a farsi male tra di loro per ottenere del cibo. I detenuti subiscono immani violenze sessuali, sono costretti a dormire in piedi, anche in cento in una stanza. Prima di avere un pezzo di pane vengono picchiati con la frusta. Poi, la violenza psicologica, verbale. Anche chi è rimasto pochi giorni o settimane in queste strutture riporta traumi profondi. Una settimana può durare come vent’anni».

Rispetto al passato non è cambiato niente? È possibile che questi orrori continuino ad accadere?

«Rispetto a vent’anni fa non è cambiato nulla, tranne il fatto che le persone arrivano in Italia attraverso il mare invece che in aereo. La violenza subita è sempre la stessa, sovente non raccontata per vergogna o per paura. Le persone con cui lavoriamo sopravvivono giorno dopo giorno. Pochi hanno l’occasione per elaborare il trauma».

Dunque, l’approccio di cura a queste persone dovrebbe cambiare, rispetto alle pratiche consuete.

«Se non lavoriamo a contatto con la sofferenza e con il trauma profondo, come possiamo sperare che questi giovani si integrino nella società? Chi prende in carico le vittime delle violenze dal punto di vista affettivo? Si parla tanto della necessità di aiutare i rifugiati ad apprendere la lingua e di offrire loro un lavoro. Ma come faccio a imparare l’italiano o una nuova mansione se la mia mente è attanagliata dalla sofferenza e dalle memorie traumatiche? Ecco perché molti ragazzi o bambini faticano nel loro percorso, una volta giunti in Italia. Dobbiamo prenderci cura anche dei loro mondi interni».

Come si può arrivare a questo obiettivo?

«La politica deve investire sulla presenza di figure professionali adeguate, non solo di mediatori o educatori. I rifugiati devono poter raccontare ed elaborare il trauma, affiancati da persone esperte e specializzate. Non solo per facilitare il loro percorso esistenziale in Italia, ma anche perché, quando i migranti decidono di tornare nel proprio Paese d’origine, affrontano un doppio spaesamento se non hanno avuto modo di lavorare sulla sofferenza subita. Si ritrovano a casa fisicamente, ma a livello interiore sono alienati. Perciò non riescono mai ad adattarsi, si sentono persone perdute».

La storia di Ebrima, dal Gambia alle vigne

Ebrima arriva dal Gambia: è nato nel 1999 e oggi vive nel Centro di prima accoglienza di via Pola, ad Alba, una struttura gestita tramite la Caritas diocesana da don Gigi Alessandria.

«Il mio viaggio da casa all’Italia è stato lungo», dice il ragazzo: «Ho attraversato il Senegal, il Mali, il Burkina Faso, il Niger. Infine la Libia». Come gli altri ospiti del centro non racconta che cosa sia accaduto in Libia. In parte per intenzione, in parte perché la violenza non è dicibile senza un contenitore umano e sociale in grado di accoglierla, ascoltarla senza giudizio, garantendo una protezione affettiva profonda. Purtroppo, persone come Ebrima arrivano in Italia e vengono aiutate da pochi volontari nell’affrontare le esigenze di base. I più fortunati entrano nel Siproimi, il programma di accoglienza in cui il percorso d’integrazione è più curato e dispone di maggiori risorse.

Ma la maggior parte dei ragazzi (giovanissimi) devono fronteggiare da soli le conseguenze traumatiche della loro dura rotta migratoria. Prosegue Ebrima: «Sono sbarcato a Siracusa, poi inviato a Torino e infine a La Morra. Ho imparato l’italiano e oggi lavoro a intermittenza. Soprattutto nella campagna e nelle vigne». Il giovane è in attesa dei documenti per ottenere la regolarizzazione della sua permanenza in Italia: «Voglio stare ad Alba, è il mio sogno. La città mi piace molto. L’unica cosa che voglio è vivere e lavorare in regola, costruendo serenità. Non penso di tornare indietro, in Gambia. Laggiù lavoravo nei campi, mi occupavo del grano e mi piaceva. Ma ho dovuto lasciare il Paese. Qui, nel centro di don Gigi, mi trovo bene; lui con noi è bravo, ci tratta come figli. Senza questo luogo dormiremmo per strada».

m.v.